L’economia ideologica di Erdogan sta portando la Turchia alla catastrofe

Vittorio Da Rold su remocontro, 31 dicembre 2021

Le convinzioni ideologiche di Erdogan rischiano di far deragliare l’economia del Paese, avverte Vittorio Da Rold che da oggi arricchisce Remocontro con la sua collaborazione. Vittorio è un prestigioso collega e un amico. ha iniziato la carriera di giornalista nel 1986 a ItaliaOggi per poi passare al Sole 24 ore dopo aver collaborato all’Ipsoa di Francesco Zuzic e Pietro Angeli. Attualmente collabora con Domani, e da subito con Remocontro. Con lui abbiamo condiviso anche molta Turchia.

«Erdogan non ha capito che non si può gestire un’economia dinamica e aperta ai commerci internazionali come quella turca come se fosse un piccolo emirato del secolo scorso».   

Economia autarchica e di regime 

La lira turca era quotata ieri a 12,7 per dollaro dopo essere scesa del 6,9% mercoledì, in un altro giorno sulle montagne russe. Nonostante la lira turca abbia recuperato il 50% del suo valore la scorsa settimana a seguito di massicci (e molto costosi) interventi di mercato operati dalla banca centrale turca che avrebbe venduto 8 miliardi di dollari per sostenere la moneta locale riducendo però le sue riserve strategiche in valuta forte. Il governo Erdogan inoltre ha messo in campo anche una seconda manovra di sostegno consistente in garanzie pubbliche (a carico della fiscalità generale e cioè del bilancio pubblico) a difesa della svalutazione nei conti correnti in valuta locale.

Nonostante questi due costosi interventi quest’anno la lira ha perso il 40% del suo valore da inizio anno. Un disastro annunciato per chi vive di pensione o salario fisso che vede ogni giorno aumentare il caro vita e calare il potere d’acquisto.

Più 50% salati minimi sempre da fame

Al punto che il presidente Erdogan per cercare di lenire in qualche modo i problemi sociali per chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, ha promesso  di aumentare del 50% i salari minimi (usati da circa il 40% della forza lavoro in Turchia), imitando la procedura della scala mobile in vigore in Italia negli anni 80. Senza contare le lunghe file di clienti davanti ai fornai per acquistare il pane a prezzo calmierato che i municipi di Ankara e Istanbul (in mano all’opposizione del CHP, il partico laico e socialdemocratico), stanno offrendo a prezzo politico per fronteggiare l’emergenza.

La guerra manzoniana del pane

I funzionari governativi dell’annonaria invece chiedono di non alzare i prezzi ai fornai minacciando salate multe nonostante i prezzi di produzione siano saliti alle stelle a causa dell’inflazione che galoppa al 21% e si prevede possa salire al 30% nel 2022. Il risultato è l’attuale politica governativa di repressione conduce agli scaffali vuoti, alla chiusura dei negozi e verso il mercato nero.

Tuttavia, il neo ministro delle Finanze turco, Nureddin Nebati, un fedelissimo di Erdogan, ha dichiarato mercoledì che le oscillazioni attuali della lira non sono preoccupanti e che tornerà a livelli normali. Possibile?

I libri sono diventati un lusso

Con il crollo della moneta, gli studenti universitari all’ultimo anno faticano a permettersi i libri necessari per la loro tesi e ancor di più i saggi o romanzi. In Turchia i libri stanno diventando un lusso per tutti. Il settore editoriale, fortemente dipendente dalle importazioni di carta, è stato duramente colpito dalla crisi valutaria. A rischio di mettere a tacere le poche voci ancora dissonanti del Paese.

Le cause della crisi economica e valutaria

La convinzione del presidente turco Erdogan è che i tassi di interesse causano inflazione, sebbene l’ortodossia economica prevalente si esprima in modo diametralmente opposto. Inoltre Erdogan, seguendo un precetto musulmano contro l’usura contenuto nel Corano, è ferocemente contrario all’aumento dei tassi, unica mossa che potrebbe frenare la spirale dei prezzi a due cifre.

Questi due postulati del presidente turco potrebbero essere esplosivi per l’economia turca, un tempo 16esima economia globale e ora solo 21esima, secondo uno studio recente del Fondo monetario internazionale.

Tassi d’interesse, regole e teste dure

Continuando a non alzare i tassi la Turchia rischia la corsa agli sportelli bancari per salvare i risparmi di una vita dalla spirale inflazionistica convertendoli in dollari o la fuga dei capitali all’estero secondo una sequenza economica ben nota ai paesi sudamericani, come l’Argentina. Erdogan non sente ragioni e parla di “guerra di indipendenza” contro i “signori dei tassi internazionali” e delle agenzie di rating, adombrando inesistenti complotti internazionali contro il paese della Mezzaluna sul Bosforo.

Chi da crisi si impone, la crisi depone

La verità è che Erdogan prese il potere proprio dopo una drammatica crisi economica nel 2002 che costrinse l’allora ministro delle Finanze, Kemal Dervis, ex direttore europeo del FMI, a varare impopolari riforme di tagli sociali, ricapitalizzazioni bancarie e nuovi poteri di sorveglianza alla banca centrale turca. Il laico Dervis perse le elezioni politiche nel 2002 a favore del partito filo-islamico AKP di Erdogan, ma ora l’attuale presidente sta smontando quelle preziose riforme strutturali che avevano garantito una crescita impetuosa del Pil turco e il raddoppio, in venti anni, del Pil pro capite dei turchi. 

Erdogan non ha capito che non si può gestire un’economia dinamica e aperta ai commerci internazionali come quella turca come se fosse un piccolo emirato del secolo scorso.   

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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