Lavoratori di tutto il Mondo rassegnatevi, contate sempre meno

di Roberto Reale, 4 novembre 2013* – “I dolori del Lavoro”. In tutto il mondo sta perdendo posizioni, cioè quote di reddito, a vantaggio del capitale. Chi lo denuncia? Un’associazione di marxisti leninisti in pensione? No è l’Economist, il settimanale dell’establishment finanziario, a dirlo. In estrema sintesi vengono riportati gli inequivocabili numeri dell’Ocse. Dal 1980 si segnala una continua e progressiva discesa delle quote di reddito destinate al lavoro dipendente. E gli aumenti di produttività (frutto delle cosiddette riforme) a chi vanno?Da noi, coi tempi che corrono, si darebbe tutta la colpa alle tasse, il tema che nei talk show serve a presentare una finta vetrina della società con ricchi e poveri “uniti nella lotta” contro lo Stato sociale vorace e predatore. Per l’Economist invece i soldi sono intascati dal capitale, dai grandi azionisti. Gli unici dipendenti che hanno avuto vantaggi sono i top manager, cioè Tabella Economist quell’1% che guida le aziende e che si è bellamente arricchito. Per l’Economist le ragioni di questa nuova distribuzione della ricchezza sono oggettive: la globalizzazione, la liberalizzazione del mercato del lavoro, la diffusione della tecnologia. Sono ragioni ben note che schiacciano il potere contrattuale di chi lavora.Anche se si introducessero nuove tutele sul piano nazionale, queste potrebbero essere facilmente aggirate spostando altrove le produzioni. Insomma i dipendenti sono fregati comunque. O accettano bassi salari (non proprio cinesi ma ci si va avvicinando) o restano disoccupati. Ma la cosa più interessante è che l’articolo ha provocato una discussione sul che fare. Si pone la questione del reddito minimo in termini nuovi e pure quella di forme nuove di partecipazione del lavoro alla crescita della ricchezza degli azionisti.Ma qual è la vera preoccupazione del giornale? Che squilibri sociali sempre maggiori facciano implodere il sistema, che non ci siano più elettori/consumatori che partecipino al gioco. Le democrazie si reggono su una logica inclusiva. Se solo pochissimi incassano e il 99% soffre tutto rischia di crollare. La miopia di un capitalismo vorace può essere (per il sistema economico) più pericolosa di vecchie utopie più o meno rivoluzionarie.
* da “Scenari news”, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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