Latouche racconta una favoletta idiota. Altro che “decrescita felice”.

“Avanti con la crescita”, è la parola d’ordine, il mantra che non si può fare a meno di recitare ad ogni incontro internazionale. Come Matteo Renzi al G 20:“dobbiamo cambiare strategia, l’Europa deve cambiare gioco e puntare di più su crescita e occupazione, come ci hanno suggerito Barack Obama e David Cameron.” Quelle di Obama non sono soltanto parole. “In questi anni”, ha ricordato nella stessa occasione, “gli Usa hanno dato lavoro a più persone di tutte le economie sviluppate insieme. Ma non ci si può attendere che portino l’economia mondiale sulle loro spalle. Dunque il G20 ha la responsabilità di agire per stimolare la domanda, investire di più e creare posti di lavoro”.
Benissimo. Su questo siamo, credo, tutti o quasi tutti d’accordo. Ma la politica, se non vuole continuare ad essere subalterna agli “spiriti animali” del mercato, è obbligata a porsi anche altre questioni, ed è qui che cominciano le divisioni:  che tipo di domanda? In quali imprese investire? Posti di lavoro sì, ma a quali condizioni e con quali diritti? Insistiamo col petrolio o privilegiamo le energie alternative? L’impatto con l’ambiente va considerato una priorità oppure no?
Agli americani, ad esempio, “fa gola il petrolio di Santa Maria di Leuca”, ci informa Mario Spezia, autore dell’articolo che segue, tratto dal sito www.veramente.org. “Anche il mare del Salento, la bomboniera delle vacanze italiane degli ultimi anni, finisce nelle richieste di ricerca di idrocarburi. Sono tra le ultime in ordine di tempo ad essere state presentate, lo scorso 22 ottobre. Il ministero dello Sviluppo Economico ha avviato l’istruttoria già due settimane fa. Una doccia gelida per i diciannove Comuni rivieraschi interessati, da Otranto a Gallipoli. Avevano immaginato di programmare il futuro sulla presenza di parchi regionali costieri e sull’area marina protetta in corso di istituzione. Invece, si trovano tra l’incudine di dover elaborare meticolose osservazioni entro il prossimo 21 dicembre e il martello di uno Sblocca Italia che spiana la strada alle trivelle”.
Ha ragione Spezia, la decrescita ci sarà, ma non sarà né felice né indolore. A imporla, forse prima di quando immaginiamo, saranno i limiti del pianeta. C’è allora appena il tempo di preparare un nuovo modello di sviluppo, non più basato sullo spreco e sulla devastazione del territorio e dell’ambiente, che risponda alle domande di cui sopra. I suggerimenti, anche autorevoli, non mancano. Basta leggerli e alzare lo sguardo (nandocan).
***di Mario Spezia , 13 novembre 2014* – Di felice nei prossimi anni non ci sarà nulla. Nessun partito può pensare di prendere i voti promettendo una diminuzione del PIL. Sarà una lotta dura, senza esclusione di colpi e non è il caso di distrarsi con inutili facezie.

Metà dei nostri mobili, quelli più belli, sono fatti di MDF (medium density fibreboard) rivestito di lamine varie. L’altra metà è fatta di truciolare. Ci sarebbe anche il legno massello, ma se volessimo fare i mobili per 7 miliardi di persone con il legno masselo non si salverebbero neppure i rametti di bosso.

Il nocciolo della questione sta proprio qui. La popolazione mondiale è in continuo aumento, il fabbisogno di materie prime, di cibo e di prodotti disegna una curva esponenziale. USA, Russia, Cina, India, Brasile sono disposti a tutto pur di conquistare il mercato globale. L’Europa è divisa e arranca. L’Italia è ormai fuori gioco.

I disastri ambientali causati dai cambiamenti climatici, sommati ai disastri economici prodotti dalle varie bolle speculative, stanno stroncando anche le ultime velleità di rilancio della nostra economia. Ormai l’alternativa è fra stagnazione e recessione. Le fabbriche chiudono una dopo l’altra, i prodotti agricoli vengono pagati sempre meno, l’ometto di Berlusconi si pavoneggia a destra e a manca sventolando soluzioni che non convincono nessuno.

La gente intanto si incazza sempre di più e se la prende col vicino più debole, con l’immigrato che ha il torto di tentare di sopravvivere pure lui. A Salvini e ai gruppi della destra nazi-fascista non sembra vero, per loro il disagio sociale è grasso che cola.

In questa situazione si propone di invertire delicatamente la rotta e di trasformare progressivamente le fabbriche in orti collettivi.

Nelle favole vere l’orco si mangia i bambini e il lupo sbrana la nonna, perché le favole vere raccontano la realtà e la raccontano egregiamente. Queste favole moderne raccontano delle elucubrazioni mentali distanti anni luce dalla realtà.

*da www.veramente.org, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

0 pensieri riguardo “Latouche racconta una favoletta idiota. Altro che “decrescita felice”.

  1. C’è del realismo, in queste poche vostre note di sapore leopardiano. Ma nella loro efficace sintesi, si leggono lo stesso con interesse. E fanno riflettere.

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