Lampedusa e l’assuefazione all’orrore

lampedusaabugraib***di Valerio Cataldi, 16 dicembre 2013* – Avevamo visto materassi sistemati ovunque , nei corridoi, nei sottoscala. Avevamo visto intere famiglie dormire all’aperto, sotto la pioggia, bambini giocare nelle pozzanghere. Ma quello che mostra il filmato amatoriale di Khalid va oltre ogni immaginazione e trasforma il centro di accoglienza di Lampedusa in un campo di concentramento. Uomini nudi in mezzo ad una folla di altri uomini in fila. Li visitano i medici che decidono chi deve essere sottoposto al trattamento e chi no. Sono migranti eritrei, siriani, ghanesi, nigeriani, kurdi. Ci sono anche i sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre in quella fila, costretti a spogliarsi di fronte a tutti e ad aspettare il proprio turno, di disporsi di fronte ad un operatore on una pompa piena di disinfettante a braccia larghe, come fossero su una croce. È dicembre, il 13 dicembre, ma Khalid ci dice che succede tutte le settimane. È la disinfestazione per la scabbia, una malattia della pelle che molti di loro hanno preso proprio nel centro di accoglienza, ance se molti altri non ce l’hanno affatto quella malattia, ma subiscono ugualmente l’umiliazione del “trattamento”.

 

Non è la pompa il problema, la profilassi lo prevede, ma il luogo, l’umiliazione, la perdita del senso di umanità che avvolge tutta quella situazione. È questo che lascia sgomenti. Gli operatori della cooperativa Lampedusa accoglienza, che gestisce il centro, governano la fila con la disinvoltura di chi fa questo tipo di lavoro da sempre. È come se il limite del trattamento disumano e degradante fosse stato superato da tempo, e nessuno se ne fosse accorto. Immagini che gridano vendetta e che mettono l’Italia in competizione con la Libia paese del quale quasi tutti i migranti che attraversano i mediterraneo e approdano a Lampedusa, conoscono le umiliazioni del carcere, le violenze, gli stupri.

Sono tutti in fila in silenzio quegli uomini. Nessuno si lamenta. Il metro con cui loro misurano l’orrore è certamente diverso dal nostro, ma tra quegli operatori, quei medici, quegli infermieri che mettono in scena quella violenza, nessuno sembra dubitare per un solo istante.
Ci dice Khalid: arriviamo sulle barche, forse anneghiamo, forse no. Paghiamo un sacco di soldi. Vogliamo andare in Europa e vivere qui con le nostre famiglie, costruirci una nuova vita. Arriviamo qui e questa è l’accoglienza che troviamo. Ha ragione il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini: è il modello di accoglienza del nostro paese che dobbiamo cambiare e anche in fretta, prima di assuefarci tutti all’orrore.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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