L’America ha paura di se stessa: squadra anti terrorismo interno

Ennio Remondino su Remocontro, 16 gennaio 2022

La crisi della democrazia statunitense. Non solo l’assalto a Capitol Hill, da marzo 2020 raddoppiati i casi indagati dall’FBI. I timori per un deragliamento violento della “guerra” per l’anima degli Usa. Per la maggior parte dei democratici, i partecipanti erano degli insorti colpevoli di eversione, se non addirittura dei terroristi interni. In copertina la foto dei Members of Proud Boys, parafascismo violento.

L’antiterrorismo di casa

La decisione del Dipartimento di Giustizia americano di istituire una nuova unità per contrastare il terrorismo interno dopo l’attacco del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill. Martedì l’annuncio ufficiale al Senato: «È stata creata un’unità per il terrorismo interno per aumentare gli sforzi esistenti», rispetto alle inchieste sia su quello internazionale. «La nuova unità si concentrerà sulla minaccia del terrorismo interno, aiutando a garantire che questi casi siano gestiti in modo appropriato e con un coordinamento efficace su tutto il territorio nazionale». L’ammissione esplicita che esiste una minaccia diffusa rappresentata dagli estremisti interni, ormai considerata pari – se non superiore – a quella posta da gruppi terroristici stranieri come lo Stato Islamico.

L’FBI e il raddoppio degli episodi

«La separazione degli uffici si è resa necessaria a fronte del vertiginoso aumento del numero di casi di terrorismo interno indagati dall’FBI, che è raddoppiato dal marzo del 2020» La crescente minaccia da una parte di gruppi di ultradestra e suprematisti bianchi, dall’altra dalle frange più estreme dei movimenti antigovernativi e autiautorità.

Suprematisti bianchi e razzismo

Dai dati investigativi emerge un aumento delle attività sulle piattaforme online usate dagli estremisti. «Stiamo assistendo a un aumento delle minacce provenienti da persone animate da risentimento razzista», denuncia il capo della divisione per la Sicurezza nazionale del Dipartimento di Giustizia, nelle stesse ore in cui, ad Atlanta, il presidente Joe Biden e la sua vice Kamala Harris mettevano in guardia sui rischi che ancora corre la democrazia americana.

«Il futuro dell’America non è al sicuro, la battaglia per la democrazia e per l’anima dell’America non è finita. Ci sono ancora quelli che hanno cercato di rubare le elezioni con la violenza, che vogliono il caos. Ma devono essere i cittadini a scegliere il futuro», ha dichiarato il presidente nella sua difesa del diritto di voto.

Clima politico esasperato dal trumpismo

«In un clima politico sempre più esasperato, sono i numeri delle indagini a dare le dimensioni del fenomeno». Accuse penali contro più di 725 persone per la rivolta del 6 gennaio 2021 in cui i sostenitori di Trump cercarono di impedire al Congresso di certificare la vittoria di Biden alle elezioni del 2020. Alcuni degli imputati sono membri o associati a gruppi di estrema destra tra cui i ‘Proud Boys’, gli ‘Oath Keepers’ e i ‘Three Percenters’.

‘Matastatizzazione eversiva’

A marzo il direttore dell’FBI Christopher Wray aveva usato l’aggettivo – “metastatizzante” – per definire il moltiplicarsi delle minacce interne, segnala Giulia Belardelli sull’HuppPost. Il timore è che nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine, lo scontro politico diventi sempre più feroce, «in un Paese dove la pandemia ha combaciato con un aumento nell’acquisto di armi».

Estremismi a mano armata

Dati della Northeastern University, gli acquisti di armi negli Stati Uniti sono aumentati nel periodo 2020-2021 rispetto al 2019. E ben 5 milioni di adulti sono diventati proprietari di armi per la prima volta tra gennaio 2020 e aprile 2021 rispetto ai 2,4 milioni di adulti nel 2019. La coincidenza con la tensioni post elettorali alimentate da Trump non può essere casuale.

Il fascismo all’americana

Ma secondo Bhaskar Sunkara, direttore di Jacobin, non siamo ancora ad una minaccia fascista organizzata. «Donald Trump, naturalmente, ha qualcosa in comune coi fascisti. Ha usato i mezzi di comunicazione di massa per attizzare risentimenti già diffusi, dirigendo la rabbia non contro i detentori del potere economico ma contro le minoranze e quanti vengono percepiti come un’élite culturale. Ha inoltre incoraggiato la violenza e le minacce contro i suoi nemici, culminate nella mobilitazione di un anno fa», rilancia Internazionale (https://www.internazionale.it/opinione/bhaskar-sunkara/2022/01/06/stati-uniti-crisi-democrazia)

Alle élite economiche ancora non conviene

«All’indomani dei disordini del Campidoglio, l’Associazione nazionale dei produttori, sostenitrice di Trump, ha chiesto che il presidente fosse messo in stato d’accusa. L’influentissima Business Roundtable, che rappresenta le più grandi aziende del paese, ha diffuso una condanna dell’azione quasi altrettanto potente. E gli ambienti del capitalismo finanziario, il principale alleato del fascismo nella sua versione iniziale, si sono espressi in termini simili».

La lenta regressione democratica

«Perché arrischiarsi in una rivolta quando la loro lenta corrosione della democrazia dall’interno sta proteggendo i loro profitti meglio di quanto farebbero delle truppe d’assalto? In altri termini la politica statunitense è effettivamente in crisi. Ma una crisi al rallentatore. Non è eclatante come l’assalto al Campidoglio o una presa del potere militare. Ma a lungo termine infligge alla democrazia lo stesso danno».

Conclusione possibile

«Per ora, comunque, il problema non è che la democrazia statunitense stia per essere rovesciata. Bensì che gli Stati Uniti non sono, tanto per cominciare, una grande democrazia. Abbiamo bisogno di crearne una in cui la gente possa credere».

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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