L’alleanza Russia Cina sul Kazakistan che fa paura a Washington

Piero Orteca su Remocontro, 17 gennaio 2022

Ieri l’allarme di Alberto Negri su un utilizzo strumentale da parte Usa delle crisi in Ucraina, Bielorussia, Kazakhstan e Armenia-Azerbaijan. Oggi con Piero Orteca la risposta strategica di Mosca che riesce a tirare dalla propria parte la Cina creando preoccupazione in casa statunitense.

Putin legittimato in casa kazaka da una Alleanza modello Nato, che se usata per l’Ucraina, può essere riprodotta a convenienza.  

Kazakistan ex sovietico tra Russia e Cina

La crisi kazaka non porta buone notizie agli Stati Uniti e all’Occidente. Non vorremmo pensare male, ma sembra quasi che Putin se la fosse preparata. Con straordinario tempismo, il signore del Cremlino ha colto l’attimo fuggente e ha fatto un paio di mosse, che spiazzano i suoi avversari. Tanto per cominciare, e scusate se è poco, ha tirato la Cina dalla sua parte. In modo quasi clamoroso. La cordiale conversazione tra i due  Ministri degli Esteri, Sergei Lavrov e Hwang yi, pare che abbia dimostrato piena convergenza di vedute sulla crisi. Almeno, così hanno detto,   soddisfatte, fonti governative cinesi.

South China Morning Post

Certo, l’intesa tra i due colossi vale più di cento trattati e segna, come scrive anche il South China Morning Post, una svolta decisiva per il futuro dell’Asia centrale. Mosca e Pechino hanno ribadito ciò  che a tutte le scuole di diplomazia del mondo sembra ovvio: le “sfere di influenza”, consacrate da secoli di storia, vanno rispettate. La politica estera “del caterpillar”, secondo russi e cinesi, non funziona. Non si possono sconvolgere equilibri consolidati, accampando le solite scuse, si fa capire, sulla “esportazione della democrazia”. Insomma, per dirla chiaramente, gli Stati non hanno né amici e né nemici, ma solo interessi.

‘In Asia ci siamo noi’

E in Kazakistan, gli interessi di Cina e Russia coincidono. Non a caso, in una sorta di dichiarazione congiunta, non ufficiale, resa nota a margine dalla conversazione, vengono sottolineate “visioni comuni” di cui bisognerà tenere conto. Russia e Cina si dicono “unite” contro i tre “grandi mali” (come vengono definiti testualmente), che insidiano la stabilità della regione. Santa alleanza, dunque, contro “terrorismo, separatismo ed estremismo” e attenta vigilanza sui dannosi effetti collaterali delle cosiddette “rivoluzioni arcobaleno”. Un’espressione che, evidentemente, fa riferimento anche al contenzioso ucraino.

Capacità di guardare lontano

Messa così, è una vittoria strategica su tutta la linea del Cremlino, specie per chi pensava (e al Dipartimento di Stato lo pensavano in tanti) a possibili divergenze con Pechino. Invece, proprio in Asia centrale, Russia e Cina cercano di non prestarsi i piedi e guardano molto più lontano del loro naso. Nel caso specifico, si sarebbero anche divise le sfere di influenza economiche e commerciali sul Kazakistan, trovando una proficua intesa. E fermo restando che, politicamente parlando, l’ex Repubblica sovietica resta fortemente ancorata a Mosca. L’altra mossa riuscita a Putin, che potrebbe essere un nuovo modello diplomatico da seguire in altre aree, è il coinvolgimento del CSTO (l’organizzazione degli Stati del Trattato per la sicurezza collettiva).

Alleanze strumento modello Nato

L’intervento delle forze di questa coalizione ha dato un “cappello” di diritto internazionale ai russi, consentendo loro di inviare le forze speciali in Kazakistan. Un atto più formale che di sostanza. Infatti, il Presidente kazako Tokayev ha già annunciato che i 2500 soldati si ritireranno presto. Lo stesso ha fatto il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, aggiungendo che la decisione è stata presa dai kazaki, perché i russi sono nel Paese sono in funzione di peacekeeping. Comunque, le novità non si fermano al colpo di teatro Russia-Cina. Ma toccano anche l’evoluzione degli affari interni del malconcio Stato asiatico, e chiariscono fino a che punto si stia spingendo Putin, per ridisegnare la governance del Kazakistan.

Fine del vecchio Nazarbayev

Appare ormai chiaro che i patrons russi hanno definitivamente gettato a mare Nursultan Nazarbayev. Il vecchio Presidente e ormai ingombrante. Troppo. È un ottimo capro espiatorio da dare in pasto alla piazza. Ha chiarito tutto proprio Tokayev, che lo ha attaccato senza pietà, dicendo che è stato proprio lui a creare una classe “di nuovi ricchi”. Ma che ora, tolto di mezzo il tiranno (a cui lui, detto per inciso, deve tutto), le cose si rimetteranno a posto. Come un novello Robin Hood, Tokayev ha promesso che toglierà ai ricchi  per dare ai poveri, e che i soldi finiranno nelle tasche giuste. Probabilmente quelle dei russi (e dei cinesi) aggiungiamo noi.

Gli errori del vecchio despota

Almeno, con questa ennesima capriola politica si è capito che, forse, Nazarbayev  aveva fatto il passo più lungo della gamba. Cercando, magari, un colpo al cerchio e uno alla botte, di barcamenarsi e fare affari con tutti, da Mosca a Washington, fino a mezza Europa. Ma questo è il tempo delle crisi e non si può tenere il piede in due staffe. Così, dopo alcune centinaia di morti e  la bellezza di quasi 10 mila arresti, il Kazakistan che, traballando, doveva mettere in croce Putin, gli ha offerto la possibilità di contrattaccare. Abbiamo sempre detto che, in quest’inizio di millennio, le crisi si “saldano”. Bene, allora occhio all’Ucraina. Perché anche là Vladimir Vladimirovic ne sta studiando qualcuna delle sue.

Tra Blinken e Lavrov

Non c’è niente da fare: per ora la politica estera del Cremlino funziona decisamente meglio di quella del Dipartimento di Stato. E Putin si sta dimostrando molto più scaltro e lungimirante di quanto finora abbia saputo essere Joe Biden.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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