La volontà del nevrotico

Chi ha ragione, Victor Frankl o Giovanni Lamagna? (nandocan)
  • di Giovanni Lamagna, 2 giugno 2021 – Victor Frankl, nel suo Logoterapia e analisi esistenziale (pg. 125 126), così scrive a proposito della volontà del nevrotico: “… non è vero che esiste una debolezza innata della volontà: è il neuropatico che tendenzialmente sottovaluta la propria (…) Fintanto che un uomo cade nell’errore di credere che ogni tentativo per giungere a una determinata meta è destinato a priori a fallire, non potrà mai compiere alcunché di buono (…) Allorché nell’intimo ci si propone qualcosa, bisogna al contempo proporsi di non assecondare tutte le facili argomentazioni contrarie che vengono a galla per giustificare la non attuazione del compito che ci si è prefissi.

A me questo ragionamento non convince. In sintesi dice: il nevrotico sottovaluta la sua volontà, nega o non vede le risorse che ha. Ma è proprio vero? E se la volontà del nevrotico (o, almeno, di un certo tipo di nevrotico) fosse realmente una volontà (per sua natura e costituzione) debole, fiacca, incapace quindi di essere conseguente ai propositi che pure fa? Se fosse vero, dunque, che il nevrotico – almeno un certo tipo di nevrotico – è o diventa tale proprio perché ha una volontà zoppa e non perché la sottovaluta, come invece ritiene Frankl?

Io sono propenso a pensare che esistano (almeno) due tipi di nevrotici.

La nevrosi che ha radice nella mente

  • Il primo tipo è dato dal nevrotico confuso, che non ha le idee chiare, che è tirato in opposte direzioni, che a lui appaiono tutte più o meno ugualmente valide, per le quali trova argomentazioni contraddittorie, che confliggono tra di loro.

Questo tipo di nevrotico, una volta chiaritosi le idee e intravista la strada giusta o migliore, è capace. Nel senso che ha la forza necessaria (la volontà, di cui si parlava prima) per incamminarsi su di essa. La sua volontà a questo punto è guidata dalla sua ragione, cioè da quella che una volta si definiva “capacità di discernimento”, che fino a poco tempo prima era annebbiata, confusa e, quindi, bloccata. Da questo tipo di nevrosi si può guarire: trattasi di “nevrosi noogena”, per usare un’espressione utilizzata proprio da Frankl, cioè una nevrosi che ha la sua radice nella “nous”, nella mente.

  • C’è però un secondo tipo di nevrotico: questi non ha solo le idee confuse, ma, a mio avviso, ha realmente una volontà impotente. Anzi, ha le idee confuse – anche e forse soprattutto – perché la sua volontà è impotente; e, quindi, lo fuorvia, gli prospetta davanti strade sbagliate. Questo tipo di nevrotico – hai voglia di indicargli la strada giusta – imboccherà sempre quella sbagliata. E non perché non veda o sia incapace di vedere qual è la strada giusta, ma perché la sua “volontà” è incapace di tenere dietro alla strada giusta, che pure la ragione è stata capace di indicargli. E’ incapace di operare scelte e compiere azioni conseguenti a ciò che la ragione gli ha indicato. E’, appunto, una volontà debole, fiacca.

Quindi il nevrotico di cui stiamo parlando qui non è che “sottovaluti” la sua volontà, come sostiene Frankl. No, a me non pare così. E’ che la sua volontà è davvero debole, è realmente incapace cioè di “giungere a una determinata meta”, anche dopo averla chiaramente intravista.

La nevrosi psicogena

In questo caso ci troviamo in presenza di una “nevrosi psicogena”, per usare un’altra definizione a cui fa ricorso Frankl. Una nevrosi che, al contrario di quella precedente, non ha le sue radici nella “nous” (mente), ma nella struttura psicoaffettiva profonda (e in larga misura inconscia) del soggetto nevrotico. Da questo tipo di nevrosi è molto più difficile uscire, guarire, che da quella noogena. E, in parecchi casi, è del tutto impossibile uscire guariti.

Il soggetto afflitto da una nevrosi psicogena si lamenterà continuamente della sua paralisi emotiva, darà l’impressione (ma solo l’impressione) di adoperarsi in tutti i modi per guarirne, farà ricorso perfino alla psicoterapia e, in alcuni casi, a più psicoterapie, dopo il fallimento di quelle precedenti. Ma in molti casi lo farà solo per salvarsi l’anima, per dire a se stesso “ci ho provato in tutti i modi”.

In realtà i suoi tentativi si riveleranno tutti fallimentari; perché, quando si arriverà al dunque, al momento di operare delle scelte di cambiamento (in altri tempi si sarebbe detto di “conversione”), si tirerà indietro. La sua volontà imbelle gli impedirà di compierle e resterà tristemente nel pantano delle sue contraddizioni.

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