Impotenza colpevole. 25mila morti in mare negli ultimi venti anni.

La nuova tragedia di Lampedusa, centinaia di morti tra le onde del mare, misura la distanza tra le miserie e le vacuità della nostra politica e lo sterminio di donne, uomini e bambini  di cui un sistema economico iniquo e arrogante è certamente responsabile, insieme alla nostra impotenza colpevole di fronte ad  esso. Sui “viaggi della disperazione” appena due giorni fa Daniela De Robert aveva scritto l’articolo che oggi vi ripropongo (nandocan).

—di Daniela De Robert, 1 ottobre 2013 –

migranti_morti_scicliCercavano il futuro e hanno trovato la morte, cercavano la speranza e sono affogati in pochi metri d’acqua. Ancora cadaveri sulle coste italiane, questa volta a Scicli in Sicilia. Tredici i corpi senza vita stesi lungo la spiaggia. Vicino a loro, avvolti nei teli e negli asciugamani, quelli che si sono salvati, anzi che sono stati salvati dai bagnanti. L’indifferenza non ha trovato spazio in questo lembo di terra bagnata dal mare. E poi per molti c’e’ stata la fuga per non restare intrappolati in Italia, prigionieri delle loro impronte e di un sistema di regole che ormai fa anche esso acqua da tutte le parti. Secondo l’organizzazione internazionale delle migrazioni negli ultimi 20 anni sono 25mila le persone morte in mare durante quelli che qualcuno chiama “viaggi della disperazione” e qualcun altro “viaggi della speranza”. Per loro, per gli uomini le donne e i bambini morti, c’e’ stata la preghiera di papa Francesco e anche una corona di fiori. E forse proprio quell’incontro del vescovo di Roma con il popolo di Lampedusa e con i suoi ospiti  venuti dal mare ha cambiato il modo di guardare e di agire. La solidarietà, che una legge aveva trasformato in reato, e’ tornata. E  l’assuefazione davanti agli sbarchi e’ stata sostituita dalla catena umana per portare a terra i naufraghi a Pachino e dai soccorsi sulla spiaggia di Scicli. Qualcosa sta cambiando. Ma gli sbarchi restano, come i mercanti di uomini che speculano sul dolore. E queste morti – lo sappiamo tutti – non saranno le ultime.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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