La spocchia del potere, l’umiltà dei rivoluzionari

***di Antonio Cipriani, da Remocontro, 28 marzo 2021

Umiltà è una parola rivoluzionaria bellissima. Viene dal latino, da humus, terra. Qualcosa di essenziale, di fertile, di profondo, che ha a che fare con l’abitare e con l’essere umani. Terra, che ci riporta alla mente il coltivare, da colere, quell’azione che vuol dire avere cura di. Che è alla base di una parola che siamo abituati a non considerare più nel giusto modo: cultura. Non l’intrattenimento di corte, ad uso dei privilegiati, ma ciò che serve per prendersi cura di un territorio, delle sue aspettative, dell’agire civile e del fare comunità. Ciò che va coltivato: perché non basta solo consumare il già confezionato, e non basta neanche il solo raccogliere o seminare. Per la cultura serve la cura, l’attesa, la delicatezza e il coraggio del coltivare. 

Perché sia cultura, perché abbia una relazione col territorio, con l’essere umano che lo abita, con il territorio e la comunità, è necessario l’ascolto, lo sguardo, il bene comune di cui prendersi cura. È necessario pensare al paesaggio come fatto culturale, e all’insieme delle narrazioni, delle tradizioni, di arte e poesia, come patrimonio materiale e immateriale da agire non da mercanteggiare o museificare. Da rigenerare non recidendo radici e non gettando ogni progetto verso un futuro ipotetico improbabile che toglie la terra sotto i piedi, uccidendo la nostra contemporaneità. 

E alla terra, quindi, siamo tornati. Alle radici profonde che consentono a noi e alla nostra memoria di essere contemporanei. All’umiltà necessaria, che ci ricorda l’humus. Scrive la scrittrice Emanuela Nava, maestra di parole: “Questa bellissima parola, spesso umiliata e vilipesa, ci ricorda che, quando siamo umili, siamo fatti della stessa sostanza della terra. Siamo Terrestri che portano in sé la fertilità del suolo, la sua ricchezza e la sua bellezza. Donne e uomini che nella loro umanità e umiltà possono ritrovare anche la pazienza con cui la Terra gira ogni giorno attorno al sole, al ritmo del respiro celeste”.

Umiltà, per alzare la testa. Per capire il senso del contrario, che suona come spocchia, arroganza, prepotenza, fasto, sicumera: tutti attributi del potere (fateci caso), quello della politica, degli affari e dei media. Quel potere che ama chi sta al suo posto, dimesso e ossequioso, obbediente anche di fronte alla catastrofe. Silente anche quando la follia dei competenti, per proteggere il fortino dei privilegiati, distrugge ogni bene comune. 

Con umiltà, ma preferiamo di no. Non restiamo al nostro posto con ossequio, indifferenza e assuefazione; ci riprendiamo le strade, le piazze, la vita, con la consapevolezza che ci viene dalla storia, dall’eredità dei nostri padri che con coraggio e umiltà sfidarono la follia e la boria del potere. E non è ancora finita.

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