La società della mente

(dialoghi sul libero arbitrio – 3)

Il nostro cervello funziona “come se” fosse libero

PINO Nessuno nega che siamo tutti più o meno condizionati dall’evoluzione, dalle necessità, dalle abitudini, dal contesto storico, sociale ed economico. Ma a questo nostro essere determinati si oppone il nostro “libero arbitrio”.

FERNANDO Al libero arbitrio non credo, semplicemente perché le motivazioni possibili del nostro agire, non hanno tutte lo stesso peso sulle nostre personali “decisioni”. Perché la più forte non dovrebbe essere destinata a vincere? E’ pur vero che noi abbiamo la sensazione di scegliere liberamente, ma quest’apparente libertà è solo il modo di funzionare della necessità al livello d’evoluzione della nostra specie. Il nostro cervello funziona “come se” fosse libero.

PINO Perfetto! Io però vorrei dire di più: la nostra mente “deve” presupporre il libero arbitrio.

La libertà secondo Laborit

FERNANDO C’è un brano del biologo Henri Laborit che mi sembra illuminante a questo riguardo. Scrive il noto biologo Henri Laborit che ciò che può chiamarsi ‘libertà’ (se proprio teniamo a questa parola) è l’indipendenza, molto relativa, che l’uomo può acquistare scoprendo parzialmente e progressivamente le leggi del determinismo universale. Allora, ma soltanto allora, diventa capace di immaginare un modo di servirsi di queste leggi per sopravvivere meglio, e ciò lo immette in un altro determinismo, tipico di un altro livello d’organizzazione, fino a quel momento ignorato. È compito della scienza raggiungere nuovi livelli di organizzazione delle leggi universali. 

“Finché ha ignorato le leggi della gravitazione – prosegue Laborit – l’uomo ha creduto di poter essere libero di volare. Ma, come Icaro, si è sfracellato al suolo. O meglio, ignorando che non aveva la possibilità di volare, non sapeva di essere privo di una libertà che per lui non esisteva”. Una volta scoperte le leggi della gravitazione, l’uomo è potuto andare sulla luna. Così facendo, non si è liberato da quelle leggi, ma le ha adoperate a suo favore,

Neppure allora ha compiuto una libera scelta, “perché la sua immaginazione funziona solo se lui è motivato, dunque animato da una pulsione endogena o da un avvenimento esterno. E la sua immaginazione può funzionare solo adoperando un materiale memorizzato che non ha scelto liberamente ma che gli è stato imposto dall’ambiente. E infine quando una o più soluzioni nuove saranno in apparenza offerte alla sua ‘libera scelta’, agirà ancora una volta rispondendo alle sue pulsioni inconsce e ai suoi automatismi di pensiero,altrettanto inconsci” (“Elogio della fuga”, pag.74). 

PINO Non mi intendo di biologia ma di fisica, e in quanto marxista sono forse più convinto di te che gli uomini sono determinati al massimo grado … Ma se una scienza sociale può prevedere le “tendenze”di un gruppo sociale, nessuna scienza esatta, neppure la biologia, potrà mai misurare l’uomo singolo. Perché lo strumento di misura coinciderebbe con l’oggetto … e questo non può venir accettato da alcun fisico teorico serio, neppure se avesse una propensione filosofica al determinismo assoluto. 

Esiste davvero una realtà oggettiva?

FERNANDO Ho l’impressione che tu ponga al centro dell’attenzione una realta’ “oggettiva” di cui la mente umana e la scienza riuscirebbero a scoprire i segreti e le “leggi”. Io penso invece che tutto cio’ che viene percepito ed elaborato dal cervello umano, individuale e ovviamente di specie, sia soggettivo, compresa la cosidetta realta’. Non credo che ci sia realmente un progresso verso la conoscenza di una realta’ “oggettiva” – che forse esiste, ma forse no e comunque e’ fuori della nostra portata. 

Ipotizzo invece che il cervello umano analizzi ed elabori i dati della sua esperienza sensoriale affidandosi a modelli più o meno precari che hanno il solo scopo di consentirgli di agire. Sono modelli (o teorie) validi – ma forse sarebbe meglio dire utili – finche’ non vengono “falsificati”. Inoltre, se il linguaggio e’ una convenzione tutto cio’ che esprimiamo con il linguaggio non può che essere “convenzionale”.

PINO Bene, allora usiamo un bel muro solido come esempio. Si può sostenere che quel muro e‘ solo una proiezione della nostra mente e nulla può darci una prova assoluta, definitiva, inconfutabile che quel solido muro esista in se e per se, al di là e al di fuori di ogni concreto rapporto tra uomini e cose, tra uomini e muri, tra idee di uomini ed astrazioni di muri … Nonostante queste (ed infinite altre sottili, cavillose, sofisticate, profonde …) considerazioni penso che di fronte ad un solido muro tutti noi ci asterremmo dal prendere la rincorsa per raggiungere il muro a testa bassa sino a spaccarci il cranio!

Dubitare del libero arbitrio non vuol dire necessariamente essere deterministi

FERNANDO Io mi limiterei a dire: mi muovo e mi sembra che il libero arbitrio esista davvero. Se la “veridicità in sé ” e’ un’astrazione, il libero arbitrio può considerarsi un mito che usiamo nella pratica quotidiana. Una forma di semplificazione che la coscienza opera solo perché non può conoscere ( e al tempo stesso non vuol riconoscere) la complessita’ dei processi mentali. Non posso dire: il libero arbitrio c’e’. Posso forse dire: il mito del libero arbitrio funziona. Ad ogni modo, dubitare del libero arbitrio non significa necessariamente essere deterministi. 

Perfino se cio’ che accade nel nostro cervello dipendesse da un insieme esclusivamente aleatorio di accidenti, non per questo avremmo la certezza del libero arbitrio. Al contrario. Mi pare che, almeno in questo, si possa dar ragione a Marvin Minski, scienziato del Massachussets Institute of Technology, uno dei padri dell’intelligenza artificiale. 

NEW YORK – APRIL 27: MIT professor Marvin Minsky attends the “Conversations In Cinema: 2001: A Space Odyssey” panel discussion held at PACE University during the 2008 Tribeca Film Festival on April 27, 2008 in New York City. (Photo by Amy Sussman/Getty Images for Tribeca Film Festival)

“Quali che siano le azioni da noi scelte – scrive Minski – esse non possono minimamente cambiare cio’ che altrimenti avrebbe potuto essere, perché le inesorabili leggi naturali avevano gia’ causato gli stati mentali che ci hanno fatto decidere in quel modo. E anche se la scelta e’ stata fatta in parte per caso, non vi e’ comunque nulla che noi possiamo decidere. 

“Ogni azione che compiamo scaturisce da una moltitudine di processi interni alla nostra mente. Talvolta ne comprendiamo alcuni, ma per la maggior parte essi superano di molto la nostra comprensione. Tuttavia non è certo allegro pensare che ciò che facciamo dipende da processi che non conosciamo, e noi preferiamo attribuire le nostre scelte alla nostra volontà, al nostro arbitrio e all’ autocontrollo.

“Ci piace dare nomi a ciò che non conosciamo e invece di chiederci come funzioniamo, parliamo semplicemente della nostra libertà. Quindi, benche’ resistere sia vano, continuiamo a considerare tanto la Causalita’ quanto il Caso come intrusi nella nostra libertà di scelta. Ci resta solo una cosa da fare: aggiungere al modello che abbiamo della nostra mente un’altra regione. Immaginiamo allora una terza alternativa, più facile da sopportare: immaginiamo una cosa chiamata libero arbitrio, che trascende entrambi i tipi di vincoli”. (“La societa’ della mente”, ed. Adelphi).

PINO OK! Sono d’accordo; solo che …. NOI SIAMO “quella moltitudine di processi interni della nostra mente”; non ne siamo il prodotto passivo …MA SIAMO PROPRIO QUEI PROCESSI :-))

FERNANDO Non posso certo rispondere a nome di Minski e non intendo imbarcarmi in dibattiti metafisici, ma non ho alcuna difficolta’ ad ammettere che noi siamo ANCHE quei processi mentali. Credo che la consapevolezza di quell’illusorietà faccia anch’essa parte di me e cioè della catena di processi mentali che danno origine alle mie azioni.

Ma soprattutto mi piace credere che abbia un ruolo importante per quel “sentimento di fondo” che amiamo definire benessere. Riducendo l’ansia, che e’ quasi sempre all’origine di pasticci. Aiutando a riconoscere ed accettare se stessi e migliorando l’ equilibrio interiore. Senza complessivamente nulla togliere al rigore e al senso di responsabilità con cui vengono prese le mie decisioni.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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