La seconda infezione

Roma, 13 aprile 2021* – La seconda infezione. Così la chiama Ezio Mauro sulla Repubblica. La recessione economica che travolge “prima di tutto i lavoratori dipendenti con tagli e chiusure che minacciano di trasformarli semplicemente in esuberi. Ma attacca direttamente anche il mondo della piccola impresa, del commercio, delle aziende familiari più minute, dei ristoratori, degli esercenti, degli ambulanti”.

“E sarebbe un delitto – avverte giustamente Mauro – lasciare rifluire la protesta di questi giorni verso l’estremismo populista e sovranista. Interessato soltanto a incassare l’incandescenza della rabbia e del risentimento per scagliarla contro il sistema, trasformandola immediatamente in antipolitica“.

Osservazioni condivisibili, quelle dell’editorialista della Repubblica. Lo diventano ancora di più precisando che la prima infezione, antecedente alla pandemia, è l’involuzione neoliberista di questi decenni, che oggi tutti riconoscono più grave che mai constatando l’incalzare delle disuguaglianze. La prima infezione è la centralizzazione del capitale in poche mani, cresciuta a dismisura con la libertà di muovere ricchezze e speculare sui mercati senza più ostacoli di legge. Spesso anche eludendo e violando quest’ultima.

Lo aveva ben spiegato nella sua opera più recente il professor Emiliano Brancaccio, che nonostante il dichiarato orientamento marxista è uno tra i più stimati economisti italiani: “conta solo ciò che contribuisce all’accumulo privato di capitale, mentre viene quasi del tutto scartato ciò che riguarda l’avvenire collettivo, come ad esempio la prevenzione dei disastri sistemici”. Non solo.

“La centralizzazione capitalistica, inesorabilmente, tanto tende a concentrare il potere di sfruttamento in poche mani quanto tende a livellare le differenze tra gli sfruttati”. Lavoratori prima di tutto, piccoli imprenditori poi.

Il mercato non prevede il futuro ma lo determina

Il fatto è che, con qualche eccezione decisamente minoritaria, la politica continua a credere che il mercato finanziario sia l’unica istituzione in grado di prevedere il futuro. Benché sia a tutti evidente che i prezzi dei titoli sono continuamente influenzati da ondate di euforia e di panico. E sempre più dominati, molto più che dall’andamento dell’economia reale, dall’azione degli speculatori. Scrive Brancaccio: “Il mercato non prevede il futuro ma lo determina secondo gli interessi della classe egemone”.

Due anni di recessione procurata dalla pandemia dovrebbero avere aperto gli occhi del mondo sul disastro universale prodotto da questa divinizzazione del mercato e della speculazione e dall’abdicazione della politica dal governo della cosa pubblica. Provvedere ai “ristori” durante il lockdown è necessario e va fatto nel modo più razionale ed equo possibile. Ma una politica keynesiana che si limiti al risarcimento del danno spostandolo sulle generazioni future e ampliando a dismisura il debito pubblico non solo non è sufficiente ma non è neppure moralmente accettabile.

Rimettere in gabbia la bestia della speculazione

Quello che occorre è, sostiene Brancaccio, “un assetto normativo, istituzionale e politico che rimetta in gabbia la bestia della speculazione e della libertà di movimento dei capitali”. Tornare a controllare questi ultimi “sarebbe un primo segnale di svolta”.

A partire dal sistema bancario per estendersi a tutti gli ambiti in cui, come abbiamo potuto constatare, la logica del capitale privato dimostra la sua inefficienza: dalla sanità alle fonti energetiche, dalla mobilità alla ricerca. Ed è chiaro che “non sarà un pranzo di gala”.Non lo sarà perché una svolta di questo tipo non potrebbe riuscire in contrasto con la politica europea e internazionale dell’Italia. Mettere sotto il controllo dei parlamenti e delle istituzioni democratiche la BCE e le altre banche centrali è impresa tutt’altro che facile.

Ma non sarà “un pranzo di gala” soprattutto perché non è ancora stato rimosso dall’orizzonte politico il pericolo di un’alternativa di segno decisamente opposto. Il rischio cioè che una nuova destra emergente dalle attuali proteste dalla piccola borghesia del terziario si allei al grande capitale per soluzioni di tipo autoritario, più o meno camuffate. Il rischio a cui si riferiva Mauro e citato all’inizio. E, per ora almeno, l’incertezza programmatica di quel che resta della sinistra di certo non aiuta.

nella foto: “Il sogno americano” di Salvador Dalì

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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