La Polonia del sovranismo bigotto di Kaczynski sulla giustizia si converte ai soldi del Recovery Fund

Da Remocontro, 9 agosto 2021

Ultimatum della corte di Giustizia dell’Unione che aveva bocciato la riforma della giustizia di Varsavia e il regime disciplinare dei giudici. Il 16 agosto per adeguarsi alla sentenza. La contestatissima controriforma che di fatto annullava la separazione dei poteri costituzionali e metteva la magistratura sotto il controllo dell’esecutivo.
La Polonia dell’ultra conservatore Kaczynski fa marcia indietro -salvo verifiche attente- per non perdere il soldi del Recovery Fund.

Polexit più lontana, salvo errori e furberie

«Due ordinanze emanate il 5 agosto dal primo presidente della Corte Suprema polacca, Malgorzata Manowska, per sospendere l’attività della camera disciplinare, l’organismo per vigilare sul potere giudiziario al centro di uno scontro profondo con la Ue sull’indipendenza dei giudici». Ora la Commissione Ue «analizzerà con attenzione l’atto» riferisce un portavoce Ue, perché la prudenza con certi interlocutori non è mai troppa, scrive l’agenzia ANSA.

In gioco i fondi del Recovery

Dopo le provocazioni, la marcia indietro. All’indomani di un crescendo di accuse agli “eurocrati” di Bruxelles culminate nella minaccia di una possibile ‘Polexit’, Varsavia ora sembra volerci ripensare sulla riforma della giustizia al centro di un duro scontro con la Ue, cancellando il regime disciplinare per i giudici che era stato bocciato anche dalla Corte di giustizia europea. Una mossa che, se verrà confermata in via ufficiale nei prossimi giorni, potrebbe scongiurare scenari più cupi per il Paese: da una multa salata al rigetto del Recovery plan nazionale.

L’attivazione del meccanismo sul rispetto dello stato di diritto che bloccherebbe l’erogazione dei fondi strutturali europei, di cui Varsavia è da sempre beneficiaria netta.

Tra mediatori e duri e puri

A fare il primo passo verso il compromesso, scrive l’agenzia ANSA, era stato giovedì il primo presidente della Corte Suprema polacca, Malgorzata Manowska, con due ordinanze per congelare fino a novembre l’attività di quella camera disciplinare che avrebbe il potere di revocare l’immunità dei giudici e di ridurre i loro stipendi. Un potere di controllo dell’esecutivo su eventuali magistrati scomodi. Atto di mediazione comunque sofferto all’interno della coalizione ‘sovranista bigotta’, come viene indentificata da una ormai vasta opposizione popolare sull’alleanza tra ultra destra politica e la frangia più chiusa della chiesa polacca legata a Radio Maryja.

Problemi interni alla coalizione

La decisione della Corte suprema, ovviamente avallata politicamente (indipendenza costituzionale per finta), ha provocato non pochi malumori tra le diverse anime della coalizione nazionalista di governo, divise tra chi, a partire dal premier Mateusz Morawiecki, voleva ancora mediare con Bruxelles e chi, come il guardasigilli Zbigniew Ziobro, era per la rottura. A dare la linea definitiva ci ha pensato Jaroslaw Kaczynski, l’uomo della foto di copertina, leader del primo partito di maggioranza, il Pis, con la trovata di far scomparire l’oggetto di controversia con la Ue.

Nessuna retromarcia politica, ma ripensamento giuridico della ‘Suprema Corte’ è il trucco formale.

Fidarsi forse era bene ma non fidarsi adesso è meglio

Ma sulla difesa dello Stato di diritto sulla democrazia istituzionale in Poloni a (come in Ungheria), il confronto aperto è vasto e a Bruxelles restano prudenti. Un portavoce fa sapere che la decisione di Varsavia sarà analizzata «con attenzione», ma si aspetta una notifica ufficiale, e quella -senza trucchi e senza inganni possibili- tocca al governo di Varsavia. Possibilmente entro il 16 agosto, come da sentenza della Corte di giustizia Ue a difesa dell’imparzialità e dell’indipendenza della magistratura locale. Fretta dell’Unione ma ancora di più a Varsavia.

In ballo c’è la valutazione, già prorogata, del piano per ottenere i 23,9 miliardi di euro in sovvenzioni e i 12,1 miliardi in prestiti che rendono la Polonia una delle maggiori beneficiarie del Recovery Fund.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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