La patrimoniale in agguato

Roma, 3 giugno 2019 – Alla vigilia dell’arrivo di Trump nella sua città, il sindaco di Londra Sadiq Khan, in un articolo sull'”Observer”, non ha esitato a paragonare il linguaggio usato sui social dal presidente americano  e dai suoi sostenitori europei a quello dei “fascisti del ventesimo secolo”. “Viktor Orban in Ungheria, Matteo Salvini in Italia, Marine Le Pen in Francia e Nigel Farage qui in Gran Bretagna – ha scritto – usano gli stessi cliché divisivi dei fascisti del ventesimo secolo per guadagnare consenso, ma con nuovi, sinistri metodi per far passare il loro messaggio. E stanno guadagnando terreno e conquistando potere ed influenza in luoghi che sarebbero stati impensabili solo pochi anni fa». A riprova che la democrazia in Europa consente ancora per fortuna una certa libertà di espressione, almeno ai politici,  ma per l’avvenire che si prospetta c’è poco da stare tranquilli.

Il fatto è che né la democrazia né la libertà di espressione hanno impedito finora al denaro di governare il mondo e di farlo con un sistema economico e finanziario ferocemente determinato a non opporsi  al crescente squilibrio della ricchezza tra i pochi e i molti, tra il privato e il pubblico. Del resto anche la libertà di espressione è in qualche modo “amministrata” dal denaro attraverso i mass media e il denaro non è mai stato generoso con chi mette in discussione il sistema. Con il trionfo del neoliberismo in questi primi decenni del secolo la concentrazione della ricchezza in poche mani sembra diventata inarrestabile. L’anno scorso soltanto 26 individui possedevano la ricchezza di 3,8 miliardi di persone, la metà più povera della popolazione mondiale (Oxfam). E in Italia, sempre secondo l’Oxfam,  a metà dello scorso anno il 5 per cento più ricco possedeva la stessa quota del 90 per cento più povero. Sull’elenco stilato dal giornale americano Forbes (marzo 2018), la ricchezza dei primi 21 miliardari italiani equivaleva alla ricchezza netta detenuta dal 20 per cento più povero della popolazione.

Per quale motivo pensate che in Italia sia così difficile soltanto accennare a una imposta patrimoniale per i super ricchi? E perché soltanto motivi di equilibrio nei conti pubblici suggeriscono al “governo del cambiamento” di rimandare (per ora) la flat tax di Salvini? Leggo sul rapporto Oxfam pubblicato dal Sole 24 ore: “Se (nel mondo, ndr) facessero pagare all’1% più ricco soltanto lo 0,5% in più di imposta sul proprio patrimonio otterrebbero un gettito superiore alla somma necessaria per mandare a scuola tutti i 262 milioni di bambini che non vi hanno accesso e fornire assistenza sanitaria in grado di salvare la vita a 3,3 milioni di persone”. Se non fosse il denaro a governare il mondo arricchendo le tasche dei petrolieri e favorendo gli interessi industriali collegati, anche la minaccia di una catastrofe ambientale troverebbe più facilmente risposta. In attesa che il disastro  climatico obblighi tutti a rivedere un modello di sviluppo e di consumi non più sostenibile, dobbiamo invece accontentarci di qualche progresso nella Green Economy che incoraggi gli investimenti in quella direzione. Se poi qualcuno mostra di avere più fretta,  si ricordi che alle scelte radicali e a una rivoluzione  anti capitalista, per quanto pacifica, il sistema preferirà sempre una politica reazionaria.  Finché sarà il potere economico a governare la politica e non viceversa, è naturale che vinca la Destra.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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