La notte del 5 gennaio di un anno fa a Washington fu vero tentato golpe

da Remocontro, 14 gennaio 2022

La marcia ininterrotta della destra golpista americana da Capitol Hill.

Un anno dall’invasione del Campidoglio per ‘salvare l’America’, e la partita per la democrazia negli Stati Uniti è ancora aperta, minacciata dalla destra trumpista armata. Tutto è iniziato nella notte del 5 gennaio, con Donald Trump alla Casa Bianca e la sua guardia pretoriana riunita in una suite del vicino Hotel Willard, dopo mesi di piani, menzogne e minacce che non sono ancora state sventate. 

Trumptruppen ma non soltanto

Tutto è iniziato nella notte del 5 gennaio, un anno fa, con il presidente Donald Trump alla Casa Bianca e la sua guardia pretoriana riunita in una suite del vicino Hotel Willard, mentre migliaia di persone si radunavano in Pennsylvania Avenue, la strada del potere di Washington. La ricostruzione di Roberto Zanini sul manifesto riesce a trasmettere tensioni e paure.

«Quel giorno di un anno fa, alle 11.50 davanti all’ala est del Campidoglio si era già radunata una folla, in cui spiccavano i berretti arancioni della milizia Proud Boys, mentre Donald Trump e il suo cerchio magico ascoltavano Gloria a tutto volume. Alle 12, Trump scendeva nell’Ellipse, un parco vicino alla Casa Bianca, e iniziava a parlare».

Cecità e ipocrisia un anno dopo

L’invasione violenta del Campidoglio, dove Joe Biden stava per essere riconosciuto vincitore delle elezioni, i media Usa oggi la chiamano ‘attack’, ‘insurrection’, e più raramente ‘coup’. Invece dovrebbe essere chiamato ‘Golpe’, anche se alla fine risultò gestito da ‘Trumptruppen’ da fumetto, stessa portata del loro ispiratore e mandante.

La chiamata alle armi

Alle 12.15 Trump pronuncia il passaggio chiave del suo discorso di un’ora: «Dovete mostrare forza (…), so che ognuno di voi marcerà sul Campidoglio, combattete, combattiamo come dannati». È un segnale. Trump ancora parla e già la sua gente si avvia verso Capitol Hill e si unisce alle migliaia che circondavano il parlamento.

Strategia delle tensione

Molto prima dell’Election Day del 3 novembre, Trump –che i suoi stessi sondaggi davano perdente-, aveva iniziato a teorizzare brogli. Centinaia di liti giudiziarie elettorali. E quando muore Ruth Bader Ginsburg, l’icona liberal dei 9 giudici della Corte suprema, Trump nomina al volo la conservatrice Amy Barrett e la Corte suprema diventa ‘cosa loro’. «Stop the steal» – fermate il furto – diventa lo slogan del trumpismo.

Irriducibile contro tutto e tutti

«Donald le aveva provate tutte: si era inventato interferenze della Cina nelle macchinette elettorali, interferenze dei satelliti dell’Italia nella conta dei voti, interferenze delle Poste americane…»

«La sola cosa che gli è riuscita è una pervasiva campagna social che nella notte tra il 5 e il 6 gennaio ha portato a Washington miliziani di Proud Boys, Oath Keepers, Three percenters e altre sigle del patriottismo armato, oltre a migliaia di “suoi” repubblicani e un buon numero di sciroccati incluso un tizio con le corna in testa». 

«Dopo un’ora di scontri, alle 14.00, inizia l’irruzione nel Campidoglio, mentre Camera e Senato interrompono i lavori e i servizi segreti portano via il vicepresidente Mike Pence».

700 manifestanti sotto accusa, ma il mandante?

Da una parte il lavoro investigativo dell’Fbi e della magistratura. Dall’altra la ricostruzione dei fatti e del contesto politico a opera della commissione parlamentare insediata il 24 giugno 2021 dalla speaker della Camera, Nancy Pelosi. Quesito chiave c’era un piano concordato con la Casa Bianca? Fu una manovra sovversiva concepita da Donald Trump o la situazione sfuggì di mano anche all’ex presidente? Sul Corriere della Sera Giuseppe Sarcina sintetizza.

Solo Trumptruppen da fumetto?

Almeno 30 mila persone ascoltarono prima il comizio di Trump e poi marciarono verso Capitol Hill. «Sostenitori trumpiani arrabbiati, ma innocui e inquietanti gruppi organizzati, attrezzati con elmetti, giubbotti anti proiettile, bastoni, spray urticante». Per l’Fbi sono circa duemila i militanti parteciparono attivamente all’assalto: i «Proud Boys», «Oath Keepers» e «1st Amendment Praetorian». I tumulti causarono la morte di un poliziotto e di quattro manifestanti.

Condanne esecutori ma i mandanti?

«Incriminati 725 individui con diverse accuse». 31 sono in prigione; 18 agli arresti domiciliari; 21 in libertà vigilata. Le complicità politiche? Verifica chiave, quali siano state le responsabilità di Trump, dei suoi ministri e dei suoi consiglieri. Magistratura e commissione di inchiesta della Camera: 300 testimoni e 35 mila documenti, nonostante le cause intentate dagli avvocati trumpiani e il rifiuto di collaborare di personaggi come lo «stratega» Steve Bannon.

Il ruolo di Trump

La ricostruzione dei fatti lascia pochi dubbi: il leader della Casa Bianca ha incoraggiato l’assalto. Mail, gli sms inviati dai consiglieri al presidente, compresi quelli del figlio Donald Jr. «Tutti, anche Ivanka Trump, gli chiedevano di bloccare i disordini con un appello pubblico. Trump lo fece con grande ritardo, quando ormai il Campidoglio era in balia di veri miliziani e di altre presenze grottesche, come lo ‘Sciamano’».

Facebook Papers

In un nuovo capitolo dell’inchiesta nota come Facebook Papers, Washington Post e ProPublica hanno condotto un’analisi di circa un milione di post pubblicati fra il giorno delle elezioni e il 6 gennaio. Appelli alla guerra civile, all’istituzione della legge marziale, immagini di cappi in attesa di essere usati per i deputati – sia democratici che repubblicani – che avevano tradito riconoscendo la validità della vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020.

Biden vincitore e Trump in crisi?

Neanche per sogno, ammonisce Roberto Zanini. Il 91% degli elettori trumpisti crede ancora (sondaggio Yahoo News/YouGov di ieri) che Biden non abbia vinto. E Trump resta il candidatissimo per il 2024, contro un Biden da mesi incagliato in parlamento anche da tradimenti dem. Trump ha annunciato che parlerà dal suo quartier generale di Mar-a-Lago. Come Joe Biden parlerà domani dal Campidoglio, per commemorare «il momento più buio della nostra democrazia».

E l’anno che ha cambiato tutto, sembra non aver cambiato niente.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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