La maleducazione e l’uso non proprietario della bellezza

di Antonio Cipriani, da Remocontro, 26 settembre 2021

Qualche giorno fa in paese gruppetti di ragazzini vestiti di giallo, con maestre e attiviste dell’ambiente, erano in giro a raccogliere cartacce, plastiche, cicche di sigarette. Era una festa vedere questa marea colorata e vociante. Questi bambini conserveranno questa bellezza o crescendo si trasformeranno e diventeranno come i “grandi” che in genere hanno un rispetto minimo per il luogo in cui passano, passeggiano, vivono? Resteranno ecologisti o penseranno che far finta di esserlo può garantire una migliore transizione ai propri affari?

Qual è il momento preciso in cui l’amore per gli animali, per gli alberi e i fiori, per camminare a piedi o in bici, tramonta in un buio culturale in cui la maleducazione sociale prende il sopravvento? Quando cominceranno ad essere loro a gettare le lattine nelle aiuole, a imitare modelli di strafottenza e menefreghismo per essere integrati nella società?

Che cos’è la maleducazione? Chiede guardando i profili distanti delle colline il mio amico barbiere anarchico. Non ha bisogno di risposte dall’uditorio, si risponde da sé: è una mancanza di rispetto, spesso arrogante e incivile, verso il mondo, la vita, gli altri e anche se stessi. E non parlo a favore del rispetto formale delle regole del decoro: è qualcosa di più. 

La maleducazione è un parametro sociale e culturale, un’abitudine, una forma di libertà assoluta e individualista, senza rispetto per l’ambiente, per gli altri, per quelle forme di bene comune che sono rappresentate dall’uso non proprietario della bellezza.

La prende alla larga il barbiere. Sembra quasi che ci spinga a pensare che maleducato e conformista, in questo periodo storico, si somiglino. Che una certa maleducazione sia addirittura figlia di una strampalata idea egoistica di educazione, in cui il vantaggio immediato e privato valga di più di ogni regola comune che contenga un beneficio collettivo. Aggiunge: è culturale.

Insiste: i più maleducati sono inconsapevoli. Pensano che sia un loro diritto non aver rispetto per niente è per nessuno. Hanno visto film, hanno letto libri, fanno vacanze intelligenti, talvolta sono anche radical chic, ma non sono sfiorati dall’idea di essere maleducati. E invece lo sono. Presi dalla furia incantata dei social, dal bisogno di fare selfie, di sfidare i limiti del buon gusto per essere diversi, calpestando il prato fiorito della vita per arrivare a mettersi in posa da qualche parte per una foto, per una piccola ebbrezza, per essere protagonisti di quest’epoca sfrenata. 

Un’epoca in cui ognuno ha diritto di fare quello che vuole, soprattutto se intinto del desiderio prodotto dal marketing, senza curarsi di nessuno dentro una bolla di obbedienza che mette paura…

Fai un esempio, dice il solitamente silenzioso scalpellino pietrasantino che spesso accompagna il barbiere nelle sue escursioni. Per esempio i Cipressini, quel boschetto misterioso vicino alla Cassia, dopo San Quirico andando verso Siena. Restarne affascinati, spuntando da un sentiero distante, dopo una camminata, è bellezza. Viene voglia di fotografarli, se proprio non sei in grado di godere della meraviglia e di ricordare, portare nel cuore.

Maleducazione è violare quella bellezza distante. Rompere la misura, annullare la distanza per andare a farsi un inutile selfie dentro il boschetto. Maleducazione è andare a parcheggiare a due passi con la macchina, andarci con le moto, togliere mistero al mistero, sottrarre bellezza a un qualcosa di irraggiungibile, sorprendente. Proprio per la magia emanata da quello che non capisci e che ti arriva come una carezza.

Che bisogno c’è di devastare questa immagine, parcheggiarci i camper, mettersi a banchettare tra i cipressi. Manca solo un chiosco di vendita delle bibite. Ma vista la deriva, non mancheranno pensate ad hoc.

Lo sguardo lontano sull’orizzonte, lentamente andando. Senza mai violare l’equilibrio che fa il miracolo. Uno sguardo distante costruisce il mistero. Uno sguardo ravvicinato, unito a un pensiero stretto stretto, lo banalizza. Conclude così. E poi camminando per ore. Senza più una parola. 

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