La “legge bavaglio”: la Cassazione la presenta su di un piatto d’argento. Vietato virgolettare documenti giudiziari…

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Secondo me due cose soltanto potrebbero (e dovrebbero) essere vietate perché non si possa parlare di abuso o di bavaglio: 1)brani virgolettati che non corrispondano letteralmente a quanto scritto negli atti giudiziari, ma questo dovrebbe valere per qualunque dichiarazione; 2) la pubblicazione di intercettazioni di terzi non indagati e che non siano di evidente interesse pubblico. Mi pare ovvio che i riassunti si presterebbero facilmente sia a una manipolazione dei fatti, anche a danno degli stessi intercettati, sia a smentite, false rettifiche e querele temerarie da parte di questi ultimi. E soprattutto  chi può permettersi un’agguerrita difesa avrà tempo e modo di negare e nascondere per anni quanto altrimenti sarebbe di assoluta evidenza per tutti. (nandocan). 

***di , 22 gennaio 2015 – Al solito i giudici della Cassazione sono più veloci e lesti del Parlamento. Da decenni si parla di legge bavaglio per i giornalisti, e guarda caso l’argomento è uscito fuori nuovamente adesso che si parla di riforma della responsabilità civile dei giudici, comune denominatore è quello di ridurre sempre più il diritto del cittadino a ricevere giustizia ed essere informato, valori basilari della democrazia, e mentre il Parlamento arranca, almeno sul “bavaglio” ecco pronta la Cassazione con il suo “monito”: “i giornalisti, in particolare ai cronisti giudiziari, in futuro faranno bene ad astenersi a riportare fra virgolette brani anche minimi di atti di indagine”.

Il commento è dell’avvocato Caterina Malavenda. La Terza sezione civile della Suprema corte ha fissato strette maglie per la pubblicazione sui giornali di atti giudiziari e si badi bene non di indagini in corso ma anche di quelle definite, quelle non più coperte da segreto, quelle cioè già depositate.

I giornalisti dovranno specializzarsi in parafrasi e riassunti. Così poi chiunque potrà dire, “se la sono inventata i giornalisti di sana pianta” non potendoci essere più un virgolettato. Guai a fare il copia incolla di una dichiarazione, di una intercettazione. Tutto deve rimanere nel limbo, vietato fornire certezze. Conseguenze per chi viola. Eccole pronte le “querele temerarie”, le “intimidazioni in nome della legge”, i risarcimenti milionari”, quelle vicende per le quali conti centinaia di solidarietà e poi il giornalista ricco o povero che sia deve tirare fuori il denaro dalle proprie tasche. Cosa fare allora?

Io la penso in un modo preciso. Anzi in due modi precisi. Disobbedienza perché questa non è legalità ma è altro. Questa non è democrazia e libertà. Punto secondo: organizziamo le agorà settimanali nelle città e leggiamo le sentenze. Il bavaglio noi lo rifiutiamo. Non ci piace. Ci sta male. Ci fa vecchi e pronti ad adeguarci. Noi non vogliamo adeguarci. Vogliamo restare liberi… liberi di rispettare l’art. 21.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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