La fine delle ideologie, la politica pratica e la partecipazione

Civati al RialtoPer fortuna ci sono ancora, anche tra i giovani, quelli che, come l’autore dell’articolo che segue, non si arrendono all’involuzione pragmatista e sostanzialmente neoliberista, del Partito democratico. Quelli per cui la sinistra resta il luogo della lotta per i diritti civili, per l’uguaglianza delle opportunità, contro tutte le cricche e le mafie, la corruzione e l’evasione fiscale. Quelli che vogliono estendere i diritti riconosciuti nella Costituzione e nei contratti collettivi ai lavoratori che non li hanno, piuttosto che costringere al precariato i cosiddetti “garantiti”. Quelli per cui “la libertà è partecipazione” alla vita democratica e il voto non può mai essere  delega in bianco alle nomine e alle scelte di un regime plebiscitario. Molti di questi non hanno ancora abbandonato il Partito democratico e si sono incontrati oggi con altri militanti delusi della sinistra nei locali dell’ex teatro “Rialto” della capitale, per discutere e concretamente decidere obbiettivi e proposte della neonata sezione romana dell’associazione “E’ possibile”. “Non intendo fare la sinistra di Renzi, perché sarebbe una contraddizione”, li ha salutati scherzando Pippo Civati, prima di partire per  una riunione fiorentina delle diverse componenti della minoranza Pd. Sicuramente dello stesso avviso è Walter Tocci, che ha concluso i lavori nel pomeriggio, dopo una tavola rotonda moderata da Vincenzo Vita. Se e come potrà svilupparsi un confronto interno e non esterno al partito lo si capirà forse presto da come andranno i lavori parlamentari e il dibattito sulle riforme nelle prossime settimane (nandocan).

***di Rocco Olita, 15 novembre 2014 * – Le ideologie sono finite, i partiti annaspano, i sindacati sono allo stremo, e nemmeno io mi sento tanto bene. Insomma, la politica non è più per ideali, ma è pratica, realistica, concreta, e vive nel momento e del momento, di quello che si può fare e nel modo in cui il contesto dato consente di farlo. E la partecipazione, sempre di più, diviene delega, quando non vera e propria investitura di quelli che una simile politica devono eseguire. Per questo diminuisce, e per questo nessuno di ciò ne fa un dramma. E nemmeno io.

Dopotutto, che cosa ci sarebbe da drammatizzare? Perché stupirsi? Peggio ancora, per quale motivo scandalizzarsi o provare sgomento? Senza le ideologie a far da quadro e da architettura generale, la politica diventa un affare da professionisti, semplicemente e solamente questo. Quei professionisti ed esecutori che devono mettere in atto, realizzare determinate e determinabili cose concrete, pratiche e realistiche, appunto: i consiglieri, i parlamentari, i ministri, gli assessori. Ecco, gli assessori. Ricordate il tempo in cui si temeva, e si stigmatizzava, il fatto che i partiti diventassero, o potessero diventare, appannaggio esclusivo degli assessori, intesi come gli interpreti di una peculiare mondanità del politico? Bene non solo quelli sono divenuti tutto e solo questo, ma l’intera politica è divenuta tale; una cosa che si fa così come si può, al di là delle divisioni filosofiche e ideologiche fatte da professoroni e intellettuali degli stivali di qualcuno.

Perché, insomma, a chi è utile parlare di destra e sinistra, se quello che ci serve è un centro storico ben curato, un ospedale nuovo, una scuola con le lavagne multimediali? A che serve sapere come siano gestite le periferie e l’inclusione sociale in città, quali politiche per la sanità siano condotte e a chi rivolte, e se quella scuola sia pubblica o privata? L’importante è che funzioni, no? No. Ma se provi a spiegarlo, ti guardano come se stessi mettendo un gettone nell’iPhone.

Perché è sue quelle questioni che passa la differenza. Perché, se il centro storico è perfetto, ma delle periferie nessuno si cura, tanto le abitano i poveri, se l’ospedale è quanto di meglio ci possa essere, ma il suo accesso è precluso a quelli che hanno minori disponibilità economiche, se la scuola è bella e funzionante, ma solo per i figli dei ricchi e di quanti possono permettersela, allora il segno politico è forte e chiaro, e pure la parte che si è scelta. E non è la mia. Quelli che dicono che “tanto è uguale”, mentono agli altri, e di solito lo fanno perché sono di destra. Quelli che a loro credono, di solito mentono a sé stessi, anche se sono di sinistra. Quelli che nemmeno vogliono provare a capire dove stia una parte e dove l’altra, di solito fanno male a quella più debole, avvantaggiando ancora la più forte.

Poi, ovviamente, ci sono quelli che non si fanno domande e si accontentano, e sono tanti, dei centri storici ben curati, degli ospedali nuovi, delle scuole con le lavagne multimediali. E dei treni che arrivavano in orario.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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