La faccia nascosta

Newsletter del 2 aprile 2020* – il tempo della pandemia è un tempo di rovesciamenti. È come se invece di vivere la realtà, ne vivessimo la controfigura, è come se vedessimo non la luna, ma l’altra faccia della luna: c’era anche prima, ma ci era nascosta.
Il rovesciamento è che proprio quando più siamo e dobbiamo essere separati gli uni dagli altri, più siamo vicini, e più il mondo diventa una pelle di leopardo di quarantene, più esso si unisce. Scattano forme imprevedibili di solidarietà. Pensavamo che i gemellaggi non servissero a niente, magari solo a un bel viaggio dei rispettivi sindaci o consiglieri. Ed ecco che a Recanati, gemellata chissà perché con la città cinese di Xiangcheng, arrivano porto franco 60.000 mascherine direttamente da quella contea dell’Henan, e negli ospedali del Nord arrivano medici e attrezzature da Cuba, dalla Russia e dalla Cina; e nell’area più tormentata, a Bergamo e Brescia, arrivano 30 medici e infermieri dall’Albania, ciò che il suo Primo ministro, Edwin Rama, motiva dicendo: “non siamo ricchi, ma neanche privi di memoria”. Si tratta della memoria non solo dell’Italia che ha accolto i profughi e i naufraghi albanesi in cerca di un nuovo destino, ma dell’Italia che nel 1991 organizzò una spedizione militare oltremare per aiutare il Paese. Si chiamò “operazione Pellicano”, durò due anni, i soldati portarono cibo e medicinali (e talvolta anche il loro rancio) fino alle più sperdute contrade delle montagne albanesi; e per cancellare il ricordo dell’invasione e annessione di quel regno all’Italia perpetrate dal fascismo, quell’esercito andò e operò in Albania senza portare armi con sé, per la prima volta una Forza Armata senz’armi. Le destre in Italia erano furibonde.

Se poi a questi segni si aggiunge, su tutt’altro versante, l’assoluta universalità della condotta del papa, si intravede più distintamente questo nuovo volto del reale. Si è visto il papa che dalla deserta bassura del sagrato di san Pietro, e non dal balcone, abbraccia il mondo intero e ripete il vecchio rito della “concessione dell’indulgenza”, ma ne rigenera lo spirito estendendola a quanti ne abbiano il “solo desiderio”, con una presenza anche non mediata “attraverso le diverse tecnologie di comunicazione”, e interpretandola non come remissione di una pena, che secondo i vecchi canoni sarebbe “dovuta per i peccati”, ma come una liberazione dai residui negativi lasciati dal peccato nei comportamenti e nei pensieri, come aveva scritto nella Bolla per l’anno della misericordia.

A fronte di questi legami universali che si vanno tessendo nel pieno di una crisi di proporzioni inaudite, c’è un’Europa che non risponde a questa “chiamata della storia”, come la chiama il nostro presidente del Consiglio; ci sono Paesi che vogliono tenersi strette le loro ricchezze, come l’Olanda, che non vogliono rischiare, come la Germania, che buttano a mare la democrazia, come l’Ungheria, o che perfino sono stati tentati di brevettare e non condividere gli eventuali rimedi trovati contro il virus, come gli Stati Uniti di Trump. Si possono deplorare queste storture, ma più importante ancora è ricavarne la lezione. E la lezione è che ormai i problemi da cui dipendono la vita, la salute e la stessa sopravvivenza del mondo si pongono a livello globale e non possono essere affrontati né trovare soluzione che allo stesso livello globale. “Siamo tutti nella stessa barca” non è una pia esortazione, una mozione degli affetti o una pretesa etica. È una notizia, è una diagnosi. Come dice una delle sezioni del nostro sito e della nostra scuola, “Il Mediterraneo, l’Italia, l’Europa, il mondo, si salvano insieme”. Per questo è stata avanzata l’esigenza di una “Costituzione della Terra”, e se ne è proposta una scuola, senza che si potesse immaginare, quel 21 febbraio, che subito se ne sarebbe avuta la clamorosa conferma.

È un’idea che si sta diffondendo in Italia e già contagia altri Paesi, e non a caso il primo è la Spagna che a questa iniziativa ha dedicato un paginone del suo maggiore giornale, El Paìs, con un’intervista al prof. Ferrajoli, e l’apertura di un intenso dibattito. La Spagna è il Paese europeo che, insieme con noi, è più colpito dal virus e anch’esso rischia di non essere sostenuto dalle istituzioni comunitarie. Ma le stesse difficoltà a smuovere l’Europa manifestano una nuova evidenza, un’altra faccia nascosta del reale.

La nuova e più vera dimensione dell’internazionalismo non è quella delle aggregazioni regionali e parziali, ma è quello della mondialità e dell’intero. Le intese, le alleanze, le integrazioni tra singoli Stati o racchiuse in determinate aree geografiche sono state dettate finora da finalità specifiche e interessi particolari, economici e politici. Si pensi al Patto atlantico, al Patto di Varsavia, all’Organizzazione degli Stati americani, alla Lega araba, al Mercosur, al CETA, alle Comunità economiche africane; l’Europa stessa, oggi configurata dal suo univoco regime economico e mitizzata come creatura nata da un patto tra ex nemici, ha il suo vizio d’origine nell’essere stata pensata e costruita come “piccola Europa”, ristretta a sei Paesi militarmente integrati e contrapposta a tutta l’altra Europa a sua volta arroccata dietro il suo muro e la cortina di ferro elevata da entrambe.

Queste unioni si possono comprendere a partire dalla storia e dalla politica da cui sono nate, e sono tormentate e precarie secondo l’artificio che le ha generate. Anche la costruzione dell’unità dell’intera collettività umana sulla terra soggiace alle leggi della politica e della storia, ma il suo realizzarsi sarebbe anche secondo natura. È questo il traguardo di una Costituzione della Terra.

Nel nostro sito http://www.costituenteterra.it pubblichiamo un articolo del prof. Ferrajoli sulle lezioni da trarre dal virus, un articolo del prof. Valerio Onida sulle nuove frontiere del diritto, anche in ordine a un ripensamento della cittadinanza, un grido del primo ministro dell’Etiopia sul rischio che sta correndo l’Africa e con essa tutto il mondo e, nella sezione dei “Media” l’intervista di Ferrajoli sulle responsabilità europee nella promozione di un nuovo ordine mondiale.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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