La Fabbrica dei Mostri diventa un libro

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Un libro che può aiutarci a guardare negli occhi quelli che abbiamo sempre cercato di non vedere. Ma  può anche servire a ripensare il nostro mestiere di giornalisti (nandocan). ***di Marcella Sansoni, 15 luglio 2014* – La collana si chiama “Fuoristrada” e, nel nome, c’è già una dichiarazione d’intenti. Sarebbe come dire andare dove gli altri non si avventurano, per strade poco battute. Ed è questa l’operazione dell’editore KOGOI di Roma che ha deciso di sottrarre alcune storie alla trattazione, per forza di cose, precipitosa dei media, per consegnarle alla stabile “nobiltà” della forma scritta. È il caso de “La Fabbrica dei Mostri” di Antonella GrazianiValentina Valente e Michele Vollaro. Un lavoro nato come inchiesta giornalistica televisiva, che ha partecipato lo scorso anno alla 2° edizione del premio dedicato a Roberto Morrione, destinato ai giovani autori.   Il libro è forte ed estraniante e mantiene il passo dell’inchiesta. Forte perché la tratta degli esseri umani, destinati a diventare schiavi/mostri, sembra non poter appartenere alle nostre città. Forte ancora perché chi viene rapito, sfregiato o venduto per fame, per essere trasformato in un mendicante o per prostituirsi quasi sempre proviene da luoghi vicini al nostro paese, non collocabili in un esotico “altrove” utile a blandire la coscienza. Estraniante perché tutti cerchiamo di guardare senza vedere la realtà che abita marciapiedi e anfratti del nostro vivere quotidiano. E l’Unione Europea non è estranea a questa forma di cecità un po’ cinica sostenuta dall’ omertà delle vittime che, nei carnefici, arrivano a vedere dei salvatori. Il libro racconta di vite e dignità negate, di infanzia senza luce . Si parla di povertà, quella impensabile che rende comprensibile anche l’orrore. Ma si racconta anche di eroi che, in ogni modo, cercano di difendere e di restituire alla vita le vittime dello sfruttamento anche solo procurando loro un po’ di cibo. Un libro che si fa leggere d’un fiato anche se lascia il cuore pesante. Bello anche il dossier fotografico di Fabrizio Farroni che accompagna il volume per altro elegante e ben stampato. Il premio giornalistico dedicato a Roberto Morrione, che quest’anno giunge alla sua terza edizione, si ritiene orgoglioso di trovare posto in questo tipo di iniziativa editoriale oltre a tutto perché anche Roberto Morrione era un giornalista che amava andare a cercare verità da raccontare fuori strada, lungo vie scomode e poco frequentate.
*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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