La corruzione in Italia. Davigo: “Il sistema legale oggi tutela di più chi viola la legge”

Davigo Pier Camillo 1Non è la prima volta che pubblico un’intervista con Piercamillo Davigo, ex procuratore di Mani pulite, oggi consigliere di Cassazione. Ne registrai una anche in video anni fa. Sempre chiaro, caustico ed essenziale, è un piacere leggerlo come ascoltarlo (nandocan). 

da micromega.it à- intervista di Rossella Guadagnini, 17 febbraio 2014 – Italiani brava gente o popolo di corrotti e corruttori? Le recenti cifre sulla corruzione nel nostro Paese, offerte dal primo rapporto Ue (del 3 febbraio scorso), hanno suscitato polemiche infinite e sono state, a ragione, contestate. Guerra dei numeri a parte, resta il fatto che si tratta di un fenomeno così in espansione da non avere confini chiaramente definiti. L’Italia sconta questo male endemico sia in termini di qualità delle istituzioni (non sempre trasparenti), che di eccesso burocratico (con percorsi tortuosi per procedure e autorizzazioni) ma, soprattutto, quanto a regole poco chiare e valide per tutti. La corruzione minaccia così anche l’agognata ripresa economica, mettendo una seria ipoteca sugli investimenti esteri e sulla produttività delle imprese italiane. Il 17 febbraio è l’anniversario di Mani Pulite, il ventiduesimo: abbiamo chiesto a Piercamillo Davigo, ex procuratore del pool milanese, oggi consigliere di Cassazione, cosa sta succedendo.

Dottor Davigo lei come valuta i duri giudizi sull’Italia espressi nel primo rapporto dell’Unione Europea sulla corruzione, a firma del commissario svedese agli Affari Interni, Cecilia Malmstrom? 

Gli indici della percezione della corruzione (in senso ampio, comprensiva anche di illeciti penali vicini come la concussione, il finanziamento illecito, il traffico d’influenze) elaborati da Transparency International (T.I.) e i dati di Eurobarometro sulla corruzione danno un quadro grave della situazione della corruzione in Italia. Del resto, tale quadro corrisponde alla sensazione che si ricava dalle risultanze delle indagini che rivelano, a campione, come il fenomeno sia molto diffuso. Le statistiche giudiziarie non forniscono dati utilizzabili per la sua misurazione perché in questi reati la cifra nera (cioè la differenza fra i reati commessi e quelli denunciati) è molto elevata.

Si è parlato di 60 miliardi di euro della corruzione italiana, che sarebbe pari a metà di quella globale europea a quota 120 miliardi. Numeri che sono stati poi contestati. Ma il dubbio resta: siamo più bravi degli altri a rubare?

Non so da dove derivi quel dato, posto che anche la Corte dei Conti ha smentito di averlo fornito. Credo che sia stato desunto ipotizzando un costo della corruzione pari al 3 – 4 % del P.I.L. A mio giudizio il costo è in realtà più elevato, in quanto bisogna considerare non solo il maggior costo per la realizzazione di opere pubbliche ed in generale per l’acquisto di beni e servizi da parte della pubblica amministrazione, ma anche la dispersione di risorse nella realizzazione di opere e servizi inutili, solo perché producono risorse illecite per chi tali investimenti decide.

Sotto accusa la legge Severino sull’anticorruzione del 2012, valutata come ‘deludente’ e tutto il corteo delle leggi ad personam (lodo Alfano, ex Cirielli, depenalizzazione del falso in bilancio, legittimo impedimento). Cosa ne pensa?

La legge 190/2012 non ha risolto gli annosi problemi della normativa anticorruzione, fra cui la frammentazione delle fattispecie, la mancanza di norme premiali, la mancata previsione di operazioni sotto copertura.

All’appello mancano, invece, le leggi ‘buone’ sulla prescrizione (per una giustizia più veloce), sul falso in bilancio e l’autoriciclaggio. Che giudizio esprime in proposito?

La disciplina della prescrizione in Italia è del tutto irragionevole. Il termine è abbastanza lungo prima dell’inizio del processo, ma può essere prorogato solo fino a un quarto del massimo nelle fasi successive. Anche dopo la condanna in primo grado, se l’imputato fa appello, la prescrizione continua a decorrere. All’estero non riescono a comprendere queste regole.

A monte della corruzione ci sono i fondi neri e la mancanza di una severa disciplina sulle falsità contabili non consente di contrastarne la formazione. A valle della corruzione vi è il riciclaggio, ma attualmente non è punibile per tale reato chi è concorso nel reato presupposto (nel caso la corruzione). Anche questa è una cosa che all’estero non capiscono.

Ma gli onesti, in Italia, ci sono ancora? E dove sono finiti? Non all’estero…

Credo che i ladri siano sempre meno numerosi dei derubati. Infatti i ladri non producono reddito, ma si limitano a ridistribuirlo. Se rubassimo tutti alla fine avremmo esattamente gli stessi beni di prima, solo diversamente distribuiti. Poiché sopravviviamo ancora evidentemente c’è anche chi, invece di rubare, lavora.

C’è chi ritiene Silvio Berlusconi tra i maggiori responsabili della corruzione elevata a sistema di vita nel nostro Paese, nonché dello stato malconcio della legalità. Un’esagerazione dei detrattori o gli italiani erano sufficientemente corrotti già prima dell’avvento del Cavaliere?

La corruzione in questo Paese è un male antico e radicato.

Si parla tanto di una prossima riforma della Giustizia, ma non si parla più di rimettere le mani sulla legge Severino: come mai?

In Italia molti di coloro che parlano di riforma della Giustizia non pensano a renderla più efficiente, ma innocua.

Non sarebbe tempo di voltare pagina? C’è una via d’uscita per ristabilire il rispetto delle leggi?

Oggi il sistema legale tutela molto di più chi viola la legge rispetto a chi subisce le violazioni, cioè le vittime. È necessario rovesciare questo aspetto.

Quando pensavate al futuro, voi del pool di Mani Pulite cosa vi aspettavate?

Nel 1992, quando mi furono consegnati i verbali di interrogatorio da cui emergeva una vasta trama di corruzione, dicendo che sarei divenuto coassegnatario di quel procedimento mi resi conto che avrei passato un serio guaio. Non immaginavo così grosso. La reattività del sistema di illegalità è stata molto più forte di quel che ci si poteva immaginare. Tuttavia quel sistema, se pure rimasto fortissimo, non ha vinto. Per esempio le garanzie di indipendenza del sistema giudiziario hanno tenuto.

* il grassetto è di nandocan 


Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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