La Cina e la sfida della ‘tecnologia industriale intelligente’. «Industria 4.0»

di Piero Orteca, da Remocontro, 24 agosto 2021

Come la Cina sta programmando la sua nuova “lunga marcia” del Terzo millennio: quella che la porterà a essere la prima potenza economica mondiale nell’arco dei prossimi dieci anni. Pechino ha scelto di governare più da vicino il suo modello ibrido di “capitalismo centralizzato”. Le forze del mercato libere di muoversi fino a un certo punto, e fino a una certa dimensione. Poi ci pensa lo Stato, anzi, il Partito comunista. Che poi sono la stessa cosa.

«Industria 4.0», automazione industriale che integra nuove tecnologie per migliorare le condizioni di lavoro e aumentare produttività e qualità. Per molti il miglioramento delle condizioni di lavoro è una promessa senza certezze che ogni trasformazione tecnico-organizzativa porta con sé

Le progressive rivoluzioni industriali

‘Capitalismo centralizzato’ made in China

La svolta strategica è del 2013, documento del Terzo Plenum, in cui ci si appellava alle forze di mercato. Il “mantra” della nuova e molto “asimmetrica” dirigenza del comunismo cinese era “valore aggiunto”. Però, sotto controllo. Per questo Pechino, in seguito, ha investito nel progetto centinaia e centinaia di miliardi di dollari, che dovrebbero innescare, prima lentamente e poi sempre più velocemente, un virtuoso meccanismo moltiplicatore della ricchezza. Ciò ha suscitato negli analisti internazionali il timore che i cinesi vogliano, in qualche modo, privilegiare la loro industria domestica, sviluppando la produzione di settori finora coperti parzialmente dall’import. Non solo, ma la fortissima presenza di aiuti di Stato di cui godono le aziende cinesi, “droga” sostanzialmente il principio di libera concorrenza, rischiando di rubare consistenti quote di mercato ai “competitor” stranieri, costretti a essere scavalcati da vere e proprie operazioni di “dumping”.

Guadagnare di più e lavorare di meno

Perché? Semplicemente, perché pensa che rispetto agli sforzi profusi e al lavoro fatto, i risultati ottenuti, in termini di volumi di ricchezza prodotta, non siano proporzionali. Troppi pochi dollari incassati, in cambio dell’oceano di sudore che viene versato. A Pechino dicono basta: vogliono guadagnare di più e, se possibile, lavorare fisicamente di meno. Il resto glielo faranno fare alle macchine “intelligenti”.

Fantaeconomia

  • Cinque anni fa, la Cina produceva, a livello mondiale, il 28% delle automobili, il 41% delle navi, l’80% dei computer, il 90% dei telefonini, il 60% dei televisori a colori, il 50% dei frigoriferi, l’80% dei climatizzatori, il 24% dell’energia e il 50% dell’acciaio. Senza la Cina metà del pianeta vivrebbe con le comodità dell’uomo di Neanderthal. Le cifre nel 2021 sono ancora più elevate.
  • Dal primitivo ciarpame domestico siamo passati ai beni durevoli di “terza generazione” e ora ci avviamo, al galoppo, verso la mitica “industria 4.0”, fatta di semiconduttori, microprocessori, “big data” e controllo telematico della produzione, in tempo reale. Roba da fantascienza. Anzi, da fantaeconomia.
  • Sperimentato in Germania, Stati Uniti e Giappone, l’utilizzo di macchinari intelligenti e innovativi ha creato un nuovo universo industriale. Le previsioni indicano un raddoppio del valore di mercato delle soluzioni di produzione intelligente, che col trend attuale potrebbe arrivare a oltre 500 miliardi di dollari entro il 2027.

Industria 4.0

La Cina ha capito immediatamente le sterminate opportunità che l’industria 4.0 si tira appresso: la gigantesca raccolta e analisi dei dati, consente un’ottimizzazione della produzione in tempo reale. Tutto ciò si può raggiungere integrando sinergicamente l’utilizzo di macchine intelligenti e l’impiego di personale qualificato. L’estrema delicatezza del settore considerato, ha portato le autorità di Pechino a una stretta che riguarda la legislazione relativa al trattamento dei “big data”.

Ancora più poteri allo Stato

E’ di non troppi giorni fa una decisione che dà allo Stato ampi poteri di controllo e d’intervento. In sostanza, la dirigenza cinese è convinta di poter bruciare le tappe riguardanti un vertiginoso aumento del Prodotto interno lordo, solo spostando alcuni fattori dell’equazione che sta alla base dello sviluppo del sistema-Paese. È strabiliante pensare che Xi Jinping per ora si fermi solo a una strutturale modifica del metodo produttivo. Quando si parlerà anche di merito, getterà sul piatto della bilancia trilioni di dollari, e allora nessuno sarà più in grado di fermare la locomotiva cinese.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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