Kazakistan tra Russia e Cina e quei fantasmi sovietici

Michele Marsonet su Remocontro, 15 gennaio 2022

Kazakhstan, sino alla scorsa settimana il paese più stabile dell’Asia centrale. L’agenzia di stampa russa Ria Novosti parla di «decine di vittime» e di un migliaio di feriti nei tre giorni di sommossa.
Il trattato di sicurezza con altri sei paesi post sovietici. Tremila uomini, cinquecento bielorussi, duecento tagichi e settanta armeni già arrivati.
Il presidente Tokayev ha rimosso il primo ministro e i vertici dell’intelligence e ha assunto il comando del Consiglio di sicurezza nazionale, prima nelle mani dell’ex presidente Nazarbayev.
Accusa ad «agenti stranieri». Primo Muktar Ablyazov, finanziere, ex ministro dell’Economia e leader del movimento di opposizione Qtd, da anni in Francia con lo status di rifugiato. La moglie di Ablyazov, Alma Shalabaeva, era stata deportata illegalmente nel 2013 dall’Italia al Kazakhstan.
Usa e Cina mantengono per adesso un approccio più cauto, senza, però, nascondere la diffidenza nei confronti dell’operazione.

Problemi per Putin

Dopo Ucraina e Bielorussia, un altro importante Stato della ex Unione Sovietica sta creando seri problemi a Vladimir Putin. Il leader del Cremlino, com’è noto, sta cercando ad ogni costo di mantenere una forte influenza russa nella maggior parte dei territori che un tempo facevano parte dell’Urss. Alcuni sono strategici e altri meno, ma lo “zar” li considera tutti importanti poiché vuole che la Russia conservi il ruolo di grande potenza, basandosi sulle sue dimensioni territoriali e su una capacità di deterrenza nucleare che è rimasta praticamente intatta.
In questo senso la violenta rivolta esplosa in questi giorni nel Kazakistan potrebbe rivelarsi, se possibile, ancora più pericolosa di quella bielorussa e della guerra strisciante che si combatte da anni nel Donbass ucraino. Questo perché il territorio kazako riveste da sempre un’importanza fondamentale per i russi, sin dai tempi imperiali degli zar.

Il poligono spaziale di Baikonur

Vi sono innanzitutto elementi simbolici. Il programma spaziale russo è ancora basato, come già accadeva nel periodo sovietico, nel poligono kazako di Baikonur, dal quale venne lanciato il primo Sputnik e, a seguire, tutti i veicoli spaziali di Mosca. E’ molto significativo, tra l’altro, che la città vicina al cosmodromo sia amministrata per alcuni aspetti dalle autorità russe e per altri (dogane, aeroporto, ordine pubblico) da quelle kazake.
Almeno finora, inoltre, non si sono mai verificate in Kazakistan rivolte di grosse dimensioni e su tutto il territorio nazionale: quella in corso è per l’appunto la prima. Ma vi sono altri elementi simbolici da prendere in considerazione. Il Kazakistan è sempre stato considerato un alleato molto fedele di Mosca, e le sue truppe diedero un contributo molto significativo alla vittoria sovietica contro i nazisti nella seconda guerra mondiale, per esempio intervenendo nella battaglia di Stalingrado.

L’ex presidente Nazarbayev

La figura chiave nel raccordo tra russi e kazaki è sempre stato Nursultan Nazarbayev, ora 81enne, ma già al comando quando la ex Urss si dissolse. In realtà, il cosiddetto “presidente eterno” è al potere addirittura dal lontano 1984, e ha percorso tutte le tappe iniziali della sua carriera nei ranghi del PCUS, il Partito comunista della ex Unione Sovietica.
Nel 2015 stravinse le elezioni con il 97% dei voti ma, forse fiutando vento di tempesta da esperto politico qual è, lasciò il posto al suo delfino Kassym-Jomart Tokayev, anche come rassicurazione nei confronti dell’amico Putin. Nulla però è cambiato nel Paese dopo questo avvicendamento. Nazarbayev ha continuato a gestire il potere dietro le quinte, e ha fatto rinominare la nuova capitale Astana (da lui voluta al posto della storica Almaty) “Nur-Sultan”, con un chiarissimo riferimento al suo stesso nome.

Gigante territoriale tra Russia e Cina

La rivolta che ha improvvisamente messo a soqquadro il Kazakistan è esplosa – pare – per l’aumento del prezzo dei carburanti, soprattutto del GPL che è il più usato in loco. Situazione curiosa, giacché questo Stato possiede immense risorse energetiche (gas e petrolio). Il Kazakistan aveva inoltre il 60% delle risorse minerarie della intera Unione Sovietica, e la sua enorme estensione territoriale – 2 milioni 725mila kilometri quadrati, a cavallo tra Asia ed Europa – ne fanno una delle nazioni più grandi del mondo.
Il tutto per una popolazione di appena 19 milioni di abitanti. L’influenza di Mosca è rimasta fortissima, e infatti il russo è tuttora lingua veicolare anche grazie alla presenza dei russi (il 21% del totale) che qui emigrarono soprattutto ai tempi dell’Unione Sovietica. Non c’è (o almeno non c’era finora) ostilità nei confronti della confinante Federazione, anche se nazionalismo e fondamentalismo islamico sono cresciuti negli ultimi decenni. In ogni caso, passeggiando per le strade di Almaty potete imbattervi – com’è accaduto al sottoscritto – in visi dai tratti mongolici e slavi in uguale misura.

Putin, la via cinese della seta ed Erdogan

Si attendono ora le mosse di Putin. La rivolta non è di poco conto e, pur dopo il blocco di internet, giungono notizie di molti morti e feriti tanto tra i manifestanti quanto tra poliziotti e militari, alcuni dei quali – “pare”, come sempre – si sono schierati con i rivoltosi. Si parla già di un vertice virtuale tra Putin e i leader kazako e bielorusso per discutere la situazione, anche se non ci sono notizie certe al riguardo.
Si rammenti inoltre che pure i cinesi sono interessati a questo grande Stato che confina con il loro. Il Kazakistan è entrato nel progetto della “Via della seta” di Xi Jinping, ma la dirigenza kazaka nutre sospetti sulle mire egemoniche di Pechino. E, in ultima analisi, mette conto notare che il problema interessa anche a noi, se non altro per il fatto che le forniture energetiche kazake all’Italia sono importanti. Sullo sfondo resta pure il leader turco Erdogan, poiché il kazako è una lingua turcofona e il sultano di Istanbul sta cercando di espandere la propria influenza anche in quest’area.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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