Kabul, i salti indietro nel tempo dei talebani. Prime vittime le donne

da Remocontro, 14 gennaio 2022

Domenica i talebani, al potere in Afghanistan da ormai più di quattro mesi, hanno detto che le donne non potranno più percorrere distanze maggiori di 72 chilometri senza un accompagnatore maschio. Il provvedimento è l’ultimo di una serie con cui i talebani hanno limitato i diritti e le libertà personali delle donne, che ad oggi, nella maggior parte dei casi, non possono lavorare e studiare dopo i 12 anni: per loro, la vita sta tornando a essere quella del primo duro, feroce e oscuro regime talebano, durato dal 1996 al 2001.

Maschilismo oscurantista 

Più trascorre il tempo e più l’Afghanistan del «nuovo» regime dei talebani assomiglia a quello vecchio del Mullah Omar, che governò a Kabul prima degli attentati dell’11 settembre 2001. Il nuovo divieto è stato deciso dal ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, con una interpretazione radicale della sharia, la ‘legge islamica’. Oltre a vietare alle donne di percorrere più di 72 chilometri da sole, la norma vieta ai tassisti di far salire sulle proprie auto donne senza velo (ma non viene specificato che tipo di velo, se l’hijab, che copre il capo ma non il viso, o veli integrali come il niqab o il burka). Ed è vietatissimo, uomo o donna, di ascoltare musica in macchina.

Il maharram, maschio guardiano

I divieti appena imposti sono praticamente gli stessi che erano in vigore durante il primo regime talebano, quando alle donne era vietato uscire di casa senza un maharram, il maschio guardiano, denuncia il Post. «Più trascorre il tempo e più l’Afghanistan del ‘nuovo’ regime dei talebani assomiglia a quello vecchio del Mullah Omar, che governò a Kabul prima degli attentati dell’11 settembre 2001», il commento severo di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della sera. Noi di Remocontro, frequentatori, venti anni fa, di quella terra martoriata, confermiamo e qualcosa di nostro vi mostreremo qui oggi proprio sulle donne afghane di allora, più o meno come oggi. Ormai quasi non c’è settimana senza che i loro dirigenti non promulghino provvedimenti liberticidi, specie nei confronti delle donne, dopo i forti limiti all’educazione e al diritto di lavorare.

Ministero affari femminili chiuso

Il nuovo regime ha chiuso il ministero degli Affari femminili, una specie di ministero per le Pari opportunità, istituito nel 2001. Come era già successo durante il primo regime talebano, sono stati imposti enormi limiti al diritto al lavoro – ad eccezione di alcuni casi particolari, la stragrande maggioranza delle donne afghane oggi non può lavorare – e all’istruzione. A metà settembre i talebani avevano detto che alle donne era permesso frequentare le università, ma in corsi riservati solo a loro e tenuti esclusivamente da docenti donne, di cui, comunque, avrebbero rivisto i contenuti. Ad oggi molte università afghane hanno riaperto formalmente, ma i corsi non sono ricominciati e accedere all’università potrebbe diventare impossibile per le donne afghane.

Accenni di diritti per ottenere aiuti

Negli ultimi mesi i talebani hanno adottato anche qualche misura in senso contrario, apparentemente di apertura verso le donne: per esempio hanno vietato il matrimonio forzato e regolato il diritto alla proprietà, concedendo alle vedove il diritto a una quota dei beni dei mariti. Provvedimenti con impatto decisamente minore rispetto ai divieti imposti, e che molto probabilmente hanno l’obiettivo di ottenere legittimità di fronte ai governi stranieri e alle organizzazione umanitarie, da cui dipende in buona parte la sopravvivenza economica del paese. I diritti delle donne sono una delle questioni principali, forse la più importante, su cui i governi stranieri stanno insistendo, ponendola come condizione per il riconoscimento del governo dei talebani e il conseguente accesso agli aiuti economici.

‘Divieti temporanei’ e bugie eterne

Il regime dei talebani continua a dire che i divieti in vigore sono temporanei, e che la condizione femminile non tornerà ad essere quella del primo regime: al momento però non sembra esserci nessuna ragione per credergli. «Stupisce però che a 130 giorni dalla loro presa del potere e di fronte al collasso in cui è precipitato il Paese -almeno metà della popolazione soffre la fame, il sistema sanitario è in ginocchio, le banche paralizzate, annota ancora Cremonesi-, i talebani dedichino attenzioni ed energie per reprimere le donne e imporre la loro interpretazione oscurantista del Corano. Un motivo in più per condizionare gli aiuti internazionali alla difesa dei diritti civili. Anche il ritorno della rappresentanza Ue a Kabul dovrà essere caratterizzato da pressioni in questo senso».

DONNE AFGHANE OTTOBRE 1991 ALLE PORTE DI KABUL

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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