Israele-Palestina: dopo Netanyahu ora tocca ad Abu Mazen. Fatah immobile, solo Hamas

*da Remocontro, 17 giugno 2021

Israele dopo Netanyahu e i palestinesi dei territori occupati ancora sotto la presidenza immobile e screditata dell’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen. Ma sono sempre più le voci autorevoli che chiedono all’anziano presidente e al suo aggressivo e famelico entourage di farsi da parte.
Intanto Gaza finisce di nuovo sotto le bombe contro i palloncini incendiari

Dopo Netanyahu tocca ad Abu Mazen

In un articolo uscito ieri su ‘Orient XXI’, il noto scrittore palestinese Elias Khoury, una voce controcorrente citata da Michele Giorgio, Nena News, «decreta la fine dell’era di Fatah, per decenni il più importante dei movimenti palestinesi. E attribuisce la causa della conclusione di questo percorso politico al presidente Abu Mazen che esorta a dimettersi per fare spazio a un rinnovamento che da troppo tempo bussa alla sua porta».

Mancate elezioni ultima vergogna

«L’Autorità Palestinese (l’Anp di Abu Mazen) che ha ereditato il potere da Yasser Arafat ha piegato la spina dorsale per soddisfare il campo opposto e ottenere una parvenza di Stato a scapito della dignità del popolo palestinese» scrive Khoury. «Fatah è l’ombra di ciò che era». «La presidenza palestinese ha cercato di sfuggire alla sua inevitabile fine posticipando le elezioni…È tempo che il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e il suo gruppo si dimettano con onore, in modo da preservare il più possibile una storia a cui un tempo appartenevano».

Un coro contro e pochi a difesa

Giorni fa quasi tremila accademici e intellettuali palestinesi hanno firmato un feroce atto di accusa nei confronti di un presidente visibilmente incapace di affrontare la nuova fase che si è aperta nella vicenda palestinese in questi ultimi mesi. A partire dalla mobilitazione in difesa delle famiglie di Gerusalemme Est, a Sheikh Jarrah e Silwan, minacciate di espulsione dalle loro case per far posto a coloni israeliani. Una lotta che ha coinvolto anche i palestinesi in Israele e in Cisgiordania e che è sfociata in una escalation militare tra Hamas e Israele a Gaza.

Il regime di Fatah

«Martedì, mentre Gerusalemme Est subiva la Marcia delle bandiere degli israeliani alla Porta di Damasco e i nostri giovani erano picchiati e arrestati dalla polizia, Abu Mazen è rimasto muto. Anche chi è intorno a lui ha scelto il silenzio». Complicità politica per corruzione: «Pensano soltanto al dialogo con gli americani e a come prendere soldi dagli europei». Accuse pesanti su Fatah, ma peggio, necessariamente anonime, -denuncia la fonte palestinese di Michele Giorgio, militante di Fatah da 40 anni -,

«Criticare pubblicamente Abu Mazen può significare una convocazione da parte dell’intelligence, spesso anche l’arresto».

Vuoto di Fatah rappresentanza ad Hamas

La scelta del basso profilo di Abu Mazen anche sui bombardamenti aerei israeliani su Gaza con quasi 260 morti, ha creato un vuoto di potere che viene riempito da altre forze. «Ad avvantaggiarsi sono soprattutto gli islamisti. Hamas non hai mai raggiunto un sostegno così ampio. Secondo un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey, il 53% dei palestinesi sono convinti che ormai tocca ad Hamas rappresentare la causa nazionale, mentre il sostegno a Fatah è calato al 14%», scrive il manifesto. «Il 77% pensa che Hamas sia uscito vincente dal confronto militare con Israele in difesa di Gerusalemme e i suoi luoghi santi».

Le risposte palestinesi

Martedì Fatah si è fatta scavalcare persino dai Riformisti Democratici, la formazione che fa capo a Mohammed Dahlan, espulso dal movimento e diventato uno dei principali avversari di Abu Mazen. «Il presidente ha abbandonato Gerusalemme e Gaza» denunciava il rappresentante di Dahlan nella città santa, Dimitri Diliani a Michele Giorgio. «E la sua politica ha distrutto Fatah. È tempo di voltare pagina e dare sostegno a forze nuove. I Riformisti Democratici hanno dalla loro parte già i campi profughi».

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: