Israele chiude ai turisti stranieri e Betlemme perde il suo Natale

da Remocontro, 21 gennaio 2022

Attorno alla Capanna, quest’anno il vuoto. Di fedeli e di turisti da ricorrenza in Terra Santa. Per il settore turistico israeliano aiuti di Stato. Niente sostegni invece per la Cisgiordania e terre occupate. In copertina, una donna palestinese nella Chiesa della Natività a Betlemme, vuota dopo la chiusura dell’ingresso ai turisti dall’estero. Mentre attorno montano tensioni e violenze.

«Laylet Eid», la «Notte della Festa»

Gli addobbi non mancano, ci racconta Michele Giorgio da Betlemme: un alto albero di Natale domina la piazza della Mangiatoia e nelle stradine del centro riecheggiano le note di «Laylet Eid», la «Notte della Festa», della celebre cantante libanese Fairouz. L’atmosfera festosa non deve ingannare, avverte sul manifesto. «Anche questo sarà per Betlemme un Natale amaro, privo di turisti e pellegrini stranieri, il motore dell’economia cittadina».

Covid colpisce e Israele decide

Nel 2020 la pandemia paralizzò Betlemme: chiusi gli hotel e una buona parte dei ristoranti. Ma quest’anno le speranze di poter vivere un Natale quasi normale erano alte. Israele a novembre aveva riaperto l’aeroporto di Tel Aviv ai turisti stranieri e la palestinese Betlemme si preparava ad accoglierli, almeno la porzione che di solito riesce ad arrivare nella Cisgiordania occupata. L’ottimismo è durato meno di un mese.

Rigore ad effetti devastanti

Il governo israeliano ha reagito all’emergere della variante Omicron e alla quinta ondata della pandemia richiudendo tutto: lo stop all’ingresso agli stranieri è stato subito rinnovato. «Se per gli operatori israeliani del settore turistico sono previsti aiuti pubblici, per migliaia di palestinesi di Betlemme, cristiani e musulmani, che vivono di turismo è un disastro totale». L’Autorità Nazionale di Abu Mazen, con le casse vuote (anche peccati del passato), non potrà aiutarli in alcun modo.

L’illusione vaccino

«Siamo ben coscienti della pericolosità della pandemia ma non poter decidere in autonomia come affrontarla e quali misure adottare, è frustrante. Israele prende le sue decisioni e i palestinesi devono assorbirle. I nostri hotel avevano registrato un buon numero di prenotazioni e a novembre centinaia di pellegrini vaccinati provenienti da Italia, Romania e altri paesi finalmente giravano per le strade di Betlemme. In un attimo è andato in fumo tutto», racconta al manifesto il sindaco di Betlemme, Anton Salman.

Neppure l’autonomia della fame

«Sino a quando non avremo il controllo delle frontiere del nostro Stato e un aeroporto, non potremo mai decidere le nostre politiche e le misure adatte per fare fronte a qualsiasi situazione. Rimarremo sempre condizionati dalle decisioni dell’occupante, di Israele». Salman lancia un appello al mondo: «Betlemme e tutti i palestinesi chiedono la pace, abbiamo bisogno della nostra libertà, dell’autodeterminazione, di uno Stato indipendente. Passano i decenni e il problema è sempre lo stesso, l’occupazione e sino a quando non sarà risolto non saremo mai padroni delle nostre vite e delle nostre decisioni».

Avvenire, natività e tensioni attorni

La Chiesa della Natività quasi deserta, con i suoi meravigliosi mosaici da poco restaurati da una impresa italiana, è il simbolo di una Betlemme senza turisti stranieri. La città stasera, Vigilia di Natale, e nei prossimi giorni potrà contare solo sulle visite di palestinesi provenienti da Gerusalemme Est e da Israele. Le prospettive, tuttavia, sono poco incoraggianti perché la città è avvolta nel clima cupo che regna in Cisgiordania, racconta Barbara Uglietti. Ma non solo cronaca natalizia. «La tensione tra coloni israeliani e i palestinesi, specialmente nelle regioni di Nablus e Hebron, ha toccato livelli mai raggiunti».

Aggressività anti cristiana

L’aggressività dei coloni, denunciata anche da una parte dei media e da alcuni politici israeliani, è cresciuta in modo esponenziale nell’ultimo anno. E richieste politiche radicali dopo l’uccisione qualche giorni fa di un colono venticinquenne, Yehuda Dimentman, in un agguato di una cellula armata palestinese. Ieri centinaia di settler, guidati dalla vedova di Dimentman, hanno marciato accanto ai villaggi palestinesi di Burqa e Sebastiya, e invocato a gran voce la ricostruzione dell’insediamento di Homesh demolito dall’esercito nel 2005 nel «ridispiegamento» da Gaza e in Cisgiordania attuato da Ariel Sharon.

Violenze a valore dispari

Ma per il premier israeliano Bennett la causa del problema non sono l’occupazione militare, i coloni e le loro pretese ma il «terrorismo palestinese». Sempre dalla cronaca di Avvenire: «L’altra sera un’unità speciale israeliana ha aperto il fuoco e ucciso Mohammed Abbas, 26 anni, nei pressi del campo profughi di Amari (Ramallah). I militari, secondo i residenti, lo avrebbero confuso con un ricercato. L’esercito sostiene di aver aperto il fuoco quando una pattuglia sarebbe stata presa di mira da spari nei pressi della colonia di Psagot».  

Sempre più difficile spirito di Natale in Terra che è Santa solo per alcuni.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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