Islamic State Khorasan – L’ideologia islamico-radicale in Afghanistan e Asia Centrale

di Giuseppe Santomartino, da Remocontro, 27 agosto 2021

L’Islamic State Khorasan, l’ex Isis erroneamente chiamato, che ha colpito a Kabul e che sta imponendosi come sfida nell’Islam Radicale o jihadista. Una complessa ma essenziale definizione storico politica e culturale di Giuseppe Santomartino, arabista, studioso e analista di quelle complesse realtà, già generale delle nostre forze armate, docente, scrittore e prezioso collaboratore di Remocontro.

Basi e orientamenti ideologici dell’Islam Radicale

In ogni vicenda o fenomeno dove emerge l’ Islam Radicale e/o Jihadista le chiavi interpretative vanno trovate, al di là delle comprensibili attenzioni per i fatti di cronaca, spesso drammatici, ed al di là delle analisi tecnico-militari, nelle basi ed orientamenti ideologici dei gruppi e movimenti protagonisti nei vari scenari. Perché è ampiamente dimostrato che è proprio l’ideologia a guidare e ad orientare le scelte, spesso drammatiche, di tali gruppi, le loro evoluzioni, ed è sempre l’ideologia a svelarne, spesso e paradossalmente, le vulnerabilità.

Primo equivoco, sul nome

In queste ore è drammaticamente assurto agli onori della cronaca un nuovo, ma non certo per gli addetti ai lavori, attore: l’Islamic State in Khorasan, impropriamente presentato dalla maggioranza dei media quale ISIS Khorasan o ISISK. Già questo equivoco sul nome ci fornisce una prima importante chiave interpretativa: l’ISIS, in quanto tale, non avrebbe mai potuto esprimere una presenza in Kabul o al di fuori del Medio Oriente proprio in virtù della limitazione geografica insita nel nome. Vediamo di capire meglio …

L’Isis scomparsa dal 2014

L’ ISIS, di cui oggi tutti ci parlano, non esiste più dal 2014! Da quel giorno l’allora leader dell’ISIS, al-Baghdadi, emanò un proclama la cui portata forse ancora non è stata ben recepita in Occidente, in cui annunciava il cambio di nome da ISIS (Islamic State Iraq e Sham-Levante, che nell’IS finale implicava quindi una limitazione geografica al Medio Oriente) in Islamic State – IS, ma, non a caso, nello stesso proclama si annunciava la proclamazione del Califfato dopo 90 anni dalla sua abolizione ad opera di Ataturk nel 1924. Califfato che nell’ideologia di al-Baghdadi e dell’IS ex ISIS, non può che avere portata “Universale”.

Nel proclama del 29 giugno 2014, anche l’Afghanistan di oggi  

«…lo Stato Islamico ha quindi deciso di  annunciare la costituzione del Califfato Islamico e la nomina di un Califfo per i Musulmani… Quindi egli è ora l’Imam ed il Califfo dei Musulmani ovunque. Conseguentemente [questi ultimi due avverbi, “ovunque – conseguentemente”, hanno un’ importanza fondamentale nell’evoluzione delle ambizioni politico-strategiche che si è avuta da quel momento e che coinvolge l’intero mondo musulmano, e quindi tutta l’ Asia Centrale, e per certi aspetti anche l’Occidente come ci ha dimostrato il fenomeno dei Foreign Fighters] i termini ‘Iraq e Sham sono rimossi dal nome dello Stato Islamico e da tutte le denominazioni e comunicazioni ufficiali e il nome ufficiale è Stato Islamico [Islamic State, in arabo Dawlat Islamiyya senza più alcuna limitazione geografica dovuta ai due nomi eliminati] dalla data della presente dichiarazione… In verità esso [lo Stato Islamico ora denominato IS] è lo Stato. In verità esso è il Califfato. E’ ormai tempo di finire con queste divisioni[nella ‘Umma derivanti dall’assenza di un Califfo] poiché questa non è affatto una condizione della religione di Allah (…). Non è possibile per una singola persona di voi [Musulmani] che crede in Allah di dormire senza aver espresso lealtà al Califfo»

Da quel giugno 2014 post Isis

Da allora, 2014, gli attentati in Bataclan, Hebdo, a Londra, fino a quello di Kabul di ieri, la vastissima espansione degli affiliati all’IS ex ISIS nel Sahel, in Indonesia e nelle Filippine, i Foreign Fighters  trovano spiegazione in quel cambio nome che mira alla costituzione di un Califfato Universale ed all’abbattimento di tutte le suddivisioni in Stati-nazione del Mondo Musulmano e che, nell’ottica dell’ IS ex ISIS, sono eredità coloniali che vanno solo abbattute. Si può senza esagerazione affermare che senza quel cambio nome del 2014 non avremmo avuto oggi alcun ISK in Afghanistan né la drammatica espansione del jihadismo in Africa degli ultimi anni.

L’Islamic State Khorasan

L’ Islamic State Khorasan ( ISK e quindi NON ISIS Khorasan), che ha rivendicato gli attentati in Kabul, è un Wilayat (una provincia) di base in Afghanistan da almeno 5 anni, è affiliato all’ IS ex ISIS con bay’a (atto di affiliazione) ed ha lo scopo di costituire uno Stato Islamico in tutta l’Asia Centrale (nella antica geografia islamica il termine Khorasan si riferiva, pur nell’ indeterminatezza propria dell’epoca, all’area dell’Asia Centrale che va dall’Iran orientale, alle Repubbliche centroasiatiche ex URSS, all’Afghanistan, Pakistan, Kashmir, fino alle regioni della Cina occidentale abitate dalla  minoranza musulmana cinese Uighura, e qui troviamo anche altre importanti valenze fra la Cina ed il Teatro Afghano).

I Talebani ‘Takfir, apostati

L’ISK considera i Talebani quali Takfir (Apostati) per una serie di motivi fra cui in particolare la loro non propensione al Califfato (in molte fonti dottrinali islamico-radicali il termine Emirato, adottato dai Talebani, viene percepito quale alternativo al concetto di Califfato), la loro vicinanza alle minoranze sciite hazare dell’Afghanistan (considerate anch’esse ‘takfir’, come tutte le etnie sciite), e infine perché da almeno due anni i Talebani hanno avviato trattative con gli USA, cosa considerata tradimento dell’Islam dall’ISK e ciò secondo una diffusa ideologia consolidata da decenni, ben prima di al-Qa’ida, che proibisce qualsiasi forma di accordo e trattativa con soggetti non-islamici.

Naturalmente l’ISK, avendo una base ideologica islamico-radicale, presenta anche vari elementi in comune con i Talebani (su cui, è bene ricordare, si fa fatica a comprenderne l’ideologia).

L’Islamic State contro i Talebani

È quindi evidente che l’ISK abbia interesse a colpire ogni credibilità che i Talebani potrebbero raggiungere sia sul fronte interno che esterno ed internazionale, e mirano ad un generalizzato aumento di instabilità e di caos nel paese secondo un altro consolidato principio jihadista dell’ “Idarat Al-Tawahhush” (Gestione e sfruttamento del caos a fini politici con l’obiettivo finale di abbattere i regimi ritenuti takfir e costituire uno Stato islamico ma su base Califfale).

L’ISK pragmatico e la diplomazia

L’ ISK ha sinora dimostrato notevoli doti di pragmatismo e di mediazione politica specie con le organizzazioni islamico-radicali dei paesi limitrofi (in particolare Turkmenistan, Tajikistan, Uzbekistan), come evidenziato da uno specifico studio dell’US Combat Terrorism Centre, e ottime (purtroppo) capacità di sviluppare dei networks cooperativi a livello regionale su tre domini: ideologico, operativo e logistico. Ma, ed è importante ricordarlo, fra questi tre domini l’ISK ha sempre privilegiato quello ideologico. L’ISK sotto molti aspetti, rappresenta oggi una delle ‘migliori filiazioni’ sinora prodotte dall’IS ex ISIS e potrebbe quindi rivelarsi, proprio in virtù di tali capacità, un forte elemento di instabilità per l’Afghanistan e forse anche per l’intera Asia Centrale, nel prossimo futuro.

Le rivalità fra ex Isis e affiliati con al-Qa’ida

Va infine ricordata la storica rivalità fra l’IS ex ISIS, e quindi dei Wilayat affiliati quali l’ISK, con al-Qa’ida, che risulta invece a sua volta vicina ai Talebani. Su tale rivalità però non sono pochi gli analisti che da qualche tempo avanzano dubbi ed ipotesi di possibili miglioramenti nelle loro relazioni sia in Asia sia soprattutto in Africa, e anche questo potrebbe influire sulle vicende afghane.

L’ISK e le componenti estremiste Haqqani

Un altro elemento da tenere sotto osservazione nel prossimo futuro saranno anche le reazioni delle componenti più estremiste dei Talebani, in particolare la componente Haqqani, al fascino del richiamo oltranzista ed ultraradicale sunnita dell’ISK e del loro retroterra ideologico, sulla base di una continua delegittimazione verso coloro, in questo caso i Talebani, che si vuol fare apparire ‘meno radicali’ dei ‘veri radicali’. Queste forse, più che i parallelismi con la Repubblica Islamica dell’ Iran (che si basa su una soggettività politica sciita diversa da quella sunnita), appaiono essere fra le principali, anche se non esclusive, chiavi interpretative del futuro dell’ Afghanistan.

Poi come saggiamente dicono i Musulmani ( che, ricordiamolo, in gran parte non hanno nulla a che fare con gli estremismi)…” Ma Allah ne sa certamente di più…”

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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