Iraq, ma non ci avevano detto che laggiù la guerra era finita?

obama-rohani-258 Ora i casi sono due: o i veri motivi per cui si decidono le “guerre umanitarie” non sono quelli conclamati, che i mass media ci ripropongono più o meno acriticamente, e allora serve una riflessione sulla serietà, competenza e autonomia professionale di noi giornalisti, oppure lo sono e a riflettere sulla propria competenza, lucidità e strategia politica toccherebbe ai nostri politici occidentali  e a quanti li hanno preceduti (nandocan).

 – Chiudete gli occhi, per favore, solo un attimo. Chiudete gli occhi, concentratevi e quando li riaprite provate a ricostruire quanto sta accadendo in Iraq. Se siete riusciti in qualche modo a tener conto di tutto, dovreste ricordare che gli jiahdisti dell’Isis, cioè dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, hanno lanciato una offensiva militare che li ha portati alcuni giorni fa a conquistare due distretti poco distanti dalla capitale Baghadad, cioè Jalawla e Saadiyah. Ci sono riusciti, perché il nuovo esercito iraqueno – quello nato negli  anni del dopo Saddam Hussein – si è squagliato, ha mollato praticamente senza colpo ferire. L’avanzata degli integralisti ha spaventato gli Stati Uniti, che hanno minacciato di intervenire militarmente. La stessa avanzata ha messo paura anche all’Iran, Paese che ha combattuto per decenni l’Iraq. Ora, per bocca del presidente Rohani promette di aiutare Baghdad a combattere “il terrorismo e l’offensiva selvaggia dei miliziani qaedisti”. La medesima avanzata non ha invece creato problemi ai curdi che, anzi, hanno provveduto a loro volta a mettere in campo i loro migliori uomini armati, conquistando Kirkuk, città petrolifera del Nord appena fuori dalla loro regione autonoma. Lo hanno fatto perché – hanno detto – i soldati iraqueni erano scappati e quindi.. Fermatevi per un primo riassunto. Abbiamo gli jihadisti che hanno conquistato due province, utili secondo loro a creare un nuovo califfato e a ridisegnare i confini dell’Iraq. Abbiamo i curdi che hanno conquistato una città al di fuori della loro regione autonoma, ridisegnando a loro volta il profilo dello stato iraqueno. Nel mezzo abbiamo Stati Uniti e Iran che minacciano di intervenire – per una volta dalla stessa parte della barricata – per ristabilire l’ordine precedente. Vi basta? No, perché abbiamo da tener conto dei turchi, che si sono visti sequestrare dagli jihadisti 50 connazionali e promettono interventi armati. Poi, ci sono gli analisti internazionali, che accusano Arabia saudita e Qatar di essere dietro l’offensiva jihadista, di averla finanziata. Cisono anche 500mila iraqueni sfollati, in fuga dalle loro case nel tentativo di sopravvivere. C’è, infine, il prezzo del petrolio schizzato alle stelle. Questa la situazione dell’Iraq al giugno 2014. Una domanda arriva diretta come un pungo: ma non ci avevano detto che laggiù la guerra era finita? Ricordo chiaramente che ci hanno detto che in Iraq la democrazia era arrivata, che il popolo iraqueno era libero e liberato. Ci hanno garantito che laggiù, ormai, non servono eserciti di occupazione o di liberazione o di democratizzazione, comunque li si voglia chiamare, perché ormai tutto è pronto per un moderno e progressista autogoverno. Ricordo tutto questo leggendo ed ascoltando le notizie che arrivano dall’Iraq. Mi rendo conto che una guerra nata dalla menzogna – le mitiche armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – non può che generare menzogne all’infinito. E in questo oceano di bugie, ognuno trova giustificazione alla propria violenza. Tutti sono pronti ad imporre, armi in pugno, la propria verità: i portatori di democrazia occidentale, come i costruttori di califfati o i partigiani dell’autonomia, i religiosi, gli affaristi. Ad annegare, come in ogni guerra, sono i soliti, quelli costretti a fuggire per non morire.
* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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