Iran e l’atomica vietata: Israele minaccia mentre a Vienna l’America tratta sulle sanzioni

Antonio Cipriani su Remocontro, 16 gennaio 2022

Nucleare, stallo nelle trattative di Vienna con l’Iran. Il ministro delle difesa israeliano Gantz in missione negli Usa. Biden cambia la strategia che con la presidenza Trump era quasi direttamente espressa da Israele, versione Netanyahu. Quasi un ritorno alla politica di Obama, mentre a Vienna, spiega Piero Orteca, la delegazione Statunitense cerca di trovare come cominciare a levare le sanzioni senza perdere la faccia

L’atomica vietata, a qualsiasi costo

Teheran chiede che siano gli americani a fare la prima mossa, revocando le sanzioni. Ma intanto accelera nel piano di arricchimento dell’uranio. Mentre il nuovo capo del Mossad, David Barnea, semplicemente afferma che l’Iran non riuscirà “a costruirsi la bomba”. Molto oltre, il “Jewish Chronicle” ripreso dal “Daily Telegraph”(non il massimo del giornalismo mondiale), secondo cui servizi israeliani avrebbero utilizzato addirittura ‘un esercito di spie, oltre all’aiuto di una decina di scienziati iraniani’. Esplicita ritorsione propagandistica alla vera spia iraniana che faceva il cameriere in casa del ministro delle difesa israeliano. 

America, con l’Iran si cambia

Intanto, a Palazzo Coburgo, a Vienna, si decide il futuro di tutto il Medio Oriente e di un grande spicchio del pianeta, come in un gioco di scatole cinesi. Lo storico edificio è sede degli incontri del “Piano d’azione globale congiunto” (JCPOA), incaricato di sbrogliare proprio la matassa del nucleare iraniano. Le prime notizie che arrivano sul confronto, più che previsioni sembrano vaticini, con le parti reciprocamente “indispettite”, anche perché pare che gli ayatollah abbiano alzato il prezzo, per raggiungere una nuova intesa. E vi spieghiamo perché.

Catastrofe Trump

Nel 2015, sembrava essere arrivati a un accordo che salvava la faccia a tutti e che, comunque, garantiva accettabili margini di sicurezza. Benché i controlli internazionali fossero il lato debole di tutto il trattato. Ma poi è arrivato Trump e si è rimangiato tutto. Rinnegando la politica di compromesso che era stata il cavallo di battaglia di Barack Obama: chiudere un occhio con la teocrazia persiana, per avere una grossa mano d’aiuto nella battaglia contro il Califfato, in Siria e in Irak. Detto, fatto. Ma con le milizie sciite sparse, a macchia di leopardo, da Damasco al Golan, il nervosismo degli israeliani è aumentato.

Prepotenza Netanyahu

Così, quando la loro intelligence ha scoperto che Teheran (forse) arricchiva uranio di straforo, ha passato la palla a Trump. Che, come abbiamo già scritto, ha stracciato l’accordo precedente e si è messo sul sentiero di guerra. All’inizio della sua Presidenza, non è che Biden sia stato più morbido con l’Iran. Anzi. Ma poi, qualcuno l’ha fatto ragionare. Anche perché, tra rendite di posizione e sacri furori, i “pasdaran” sarebbero in grado di bloccare due vie marittime vitali. Come lo Stretto di Hormuz, porta d’accesso al Golfo Persico, e quello di Bab-el-Mandeb, che sigilla il Mar Rosso e viene percorso da chi naviga verso Suez.

Armi micidiali dei poveri e ‘mossa del cavallo’

In che modo? Seminando mine magnetiche, come se fossero coriandoli. Insomma, la sicurezza di Israele e dei sunniti moderati della regione (con in testa l’Arabia Saudita) è importante, ma le rotte energetiche vanno salvaguardate a qualsiasi costo. Con la guerra o, meglio ancora, abbozzando una pace di compromesso. E gettando dalla finestra interessi specifici, pur di tutelare quelli della comunità internazionale. A dirla tutta, la Casa Bianca ha fatto la “mossa del cavallo” che, come negli scacchi, spesso coglie gli avversari alla sprovvista.

La sorpresa di Israele

Di sicuro, ha sorpreso Gerusalemme e infatti, il quotidiano “Haaretz”,  dedica all’argomento una significativa apertura di prima pagina, sottolineando la presunta “giravolta” della politica estera di Biden. Una “gola profonda” del Dipartimento di Stato USA avrebbe espresso perplessità, sul nuovo approccio adottato dalla Casa Bianca. Molto più morbido di prima e, pare di capire, più possibilista su una riduzione selettiva delle sanzioni economiche. Ma è proprio su questo punto che gli iraniani ora si sono irrigiditi e, pare, che facciano la voce grossa. Rispetto ai colloqui avuti cinque mesi fa, con Blinken, ora gli ayatollah chiedono di più.

Sanzioni feticcio diplomatico

Il loro capo-negoziatore, Ali Bagheri Kani, ha fatto diventare quello delle sanzioni un vero feticcio diplomatico. È parso di capire, che a Khamenei e ai suoi seguaci l’accordo del 2015 non soddisfi più tutte le condizioni da loro poste. Chiedono, per continuare a discutere, un segnale forte da parte dell’America e dei suoi alleati, sul fronte dei vincoli commerciali.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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