Il volto terribile del dolce Brasile


Roberto Bardella, 52 anni, e Rino Polato, 59, cugini e appassionati di viaggi in moto, si sono infilati per sbaglio dentro la favela di Morro dos Prazeres e si sono ritrovati davanti a dieci uomini armati di fucili, mitragliatrici e pistole, che li hanno scambiati per poliziotti e hanno sparato, uccidendo Sbardella sul colpo (nandocan).

***di Livio Zanotti, 11 dicembre 2016 – C’è un Brasile sordido e ottuso la cui violenza può strappare in un istante l’estasi suggerita da sorrisi innocenti nel mezzo d’una natura ancora straordinaria, malgrado le devastazioni di cent’anni di speculazione edilizia. Il Morro dos Prazeres, dove il viaggiatore italiano Roberto Bardella, 52, è stato ammazzato a fucilate dai narcotrafficanti, si scapicolla giù dai rocciosi 700 metri del Corcovado dominati dalla statua del Cristo Redentore nell’acqua della baia più bella del mondo, secondo la convenzione turistica. Corrervi in motocicletta come facevano Bardella e suo cugino Rino Polato, 59, può essere emozionante. Tutt’ attorno il verde rigoglioso della foresta tropicale e zampillii d’acqua di montagna ingentiliscono gli insediamenti abusivi e nascondono le ville lussuose che vi si alternano in un’urbanistica disordinatamente interclassista.

L’intera Rio alterna lussi e miserie seguendo un impianto che nella sua essenza non è cambiato da quando oltre 500 anni fa vi s’installarono i conquistatori portoghesi. Preoccupati di difendersi da invasioni spagnole, inglesi e francesi, spinsero verso le meno ospitali alture circostanti gli indigeni Tupí-Guaraní e fortificarono le coste. A partire dal 1700, la città moderna è cresciuta con gli stessi criteri: gli edifici sempre più alti insediati lungo le spiagge e le valli, i conglomerati precari aggrappati sui dirupi di minor valore fondiario delle montagne che la circondano. Il primo venne costruito dai reduci di una delle numerose guerre interne su una collina coperta da una leguminosa invasiva e non commestibile, la favela. E favelas furono le innumerevoli bidonvilles che l’hanno seguita nei secoli.
Oggi, 820 favelas ospitano circa 2 milioni degli oltre 6 milioni di persone che abitano Rio. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso erano soltanto borgate degradate, prive di servizi essenziali quali rete fognante e acqua corrente. Gli allacciamenti alla rete elettrica quasi tutti abusivi. Davano alloggio al personale di servizio della città borghese: alle donne che assicuravano cucina e pulizie, agli operai dell’edilizia e agli artigiani di recente inurbazione. E costituivano la culla del Carnevale, delle scuole di samba più glamour che lo facevano sfilare per le strade del centro cittadino in un delirio di sincretismo folcloristico e para-religioso. Una volta l’anno, i baraccati delle favelas erano ammessi a passo di samba con tutti gli onori sull’asfalto dell’urbe carioca ricoperta di fiori e coriandoli. La festa era di tutti.
Poi sono arrivati i narcotrafficanti. La miseria ha smesso ogni ingenuità, qualsiasi innocenza. Nelle favelas, dove più dove meno, sono entrate a centinaia le armi. Non quelle della delinquenza minuta che c’è sempre stata, bensì i lanciarazzi, i kalashnikov, le granate a frammentazione. La popolazione è restata quella di prima, ma inquadrata sotto un ordine militare che distribuisce premi a complici e inermi, punizioni anche feroci a quanti gli si oppongono. Vittima comunque delle guerre che periodicamente esplodono tra le diverse bande di narcos, in disputa perenne di territori trasformati in mercati di distribuzione e consumo della droga. E dei loro scontri a fuoco con la polizia, che a volte li contrasta e più spesso se ne fa complice.
Al Morro dos Prazeres io sono andato la prima volta quarant’anni fa per incontrare Roberto Marinho, allora indiscusso tycoon della stampa e della televisione brasiliane (TVGlobo, quotidiani e riviste). Il luogo appariva isolato, selvaggio ma placido. Tanto che protetto dalla non facilmente accessibile natura non meno che dal proprio potere, Marinho vi ospitava un paio di amici personali (uno era il famoso scrittore Jorge Amado) ricercati dalla dittatura militare in quanto militanti comunisti. Oggi anche la più contraddittoria nobiltà d’animo (Marinho aveva sostenuto il golpe) sembra essere venuta meno. Il narcotraffico avvelena le coscienze, oltre a distruggere i corpi. Per chi s’inoltra in questi labirinti, qualsiasi errore o anche solo una distrazione possono diventare fatali. Venire scambiati per poliziotti non lascia scampo.

***www.ildiavolononmuoremai.it

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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