Il vaccino di Mattarella e quello di De Luca

Roma, 28 Dicembre 2020 – L’esempio autorevolissimo del Presidente della repubblica Sergio Mattarella come quello, contestatissimo, del Presidente della regione Campania Vincenzo De Luca. Due modi, citati da Marnetto, apparentemente opposti di interpretare il ruolo delle istituzioni nell’indicare ai cittadini come va intesa una vaccinazione “volontaria”. Diversi, ma comunque utili. Il primo testimonia che non devono esserci privilegi ma soltanto criteri di opportunità sanitaria nella somministrazione del vaccino. Il secondo che il vaccino è sicuro e affidabile, per cui tutti i cittadini non hanno soltanto la convenienza ma anche il dovere di non rifiutarlo ritardando l’immunità di gregge.

Distinguere i fatti prima delle persone

Non mi riferisco all’ironia soft di Marnetto. Mi chiedo però se non sia il caso di smetterla con la malevolenza con cui giudichiamo qualunque gesto o parola che provenga da uno qualunque dei nostri avversari politici. Quanto meno imparariamo a distinguere. Una cosa è il leader politico che demagogicamente invita a disobbedire alle regole “per portare la coperta a un barbone”. Un’altra il Presidente di regione che vaccinandosi davanti alle telecamere può avere fatto la cosa giusta, considerata la presenza dei “no vax” nel territorio di cui rappresenta anche la massima autorità sanitaria. L’ arrogante esibizionismo per cui Vincenzo De Luca viene giustamente sottoposto alla feroce satira di Crozza non può essere il nostro unico metro di giudizio.

De Luca – Schettino

***di Massimo Marnetto, 28 dicembre 2020 – Il capitano deve essere l’ultimo a lasciare il pericolo. De Luca invece è stato il primo a mettersi al sicuro del covid19 con il vaccino, ampiamente pubblicizzato. Altro che precedenza a sanitari e anziani. Lo Schettino capo della Campania ha chiesto e ottenuto di essere tra i primi a passare dalla parte della sicurezza, lasciando gli altri ad attendere il loro turno. Ma guai a parlare di privilegio: la sua versione è che si è esposto per incoraggiare i paurosi e sconfessare gli scettici.

Per carità, sulla sincerità di un politico come De Luca non mi azzardo a dubitare. Faccio solo presente che neanche il Presidente Mattarella ha chiesto la deroga vaccinale a proprio vantaggio per rinsaldare l’animo italico. Ma si sa, nel pericolo entra in ballo il carattere. E quando uno è volitivo come De Luca, non si trattiene.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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