Il terrorismo: quello vero e quello sbandierato

“C’è un terrorismo democratico, istituzionale, che cresce e si diffonde con le sue nefandezze. E poi c’è quello sbandierato dai media per impedire che emergano verità che devono restare celate”. Si può anche essere di diverso avviso, ma se ci fosse un bel premio giornalistico per chi richiama l’attenzione sul lato oscuro delle storie ufficiali, e in qualunque paese democratico dovrebbe essercene uno, sono certo che Antonio Cipriani, come Ennio Remondino e i suoi collaboratori di Remocontro, lo avrebbe ampiamente meritato (nandocan)
***di Antonio Cipriani, 5 Gennaio 2020 – Tre news a cavallo tra la fine dell’anno passato e questo 2020. L’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani, il silenzio sulla carcerazione disumana di Assange, l’arresto di Nicoletta Dosio, pensionata e leader dei No Tav. Apparentemente non sono notizie correlabili, tanto che un giornale mai potrebbe mettere in relazione un’azione militare americana, con una donna che si batte per difendere i diritti della propria terra e un uomo che sta pagando con la vita il fatto di aver rivelato il dietro le quinte della democrazia occidentale.

Eppure un filo lega le nostre coscienze e nel contempo ci fa sentire impotenti. Il potere quello vero, il complesso militare industriale americano, ha deciso di provocare una guerra con l’Iran. Nel modo più insensato e ingiustificabile, con un omicidio selettivo e terroristico compiuto nel cuore di un paese apparentemente sovrano. Trump il cattivone, si dirà. Trump l’incosciente. Anche se a guardare bene sembra quasi che il biondo leader della democrazia più armata al mondo sia in secondo piano, assecondando un’azione che è nel Dna militare americano e israeliano. Un atto di prepotenza, puro e semplice. Che potrebbe avere conseguenze nefaste. E probabilmente le avrà. Mentre i media, i cantori della democrazia più grande al mondo, imbarazzati cercano di capire. E i governi occidentali si arrampicano sugli specchi.

Intanto i media, e i governi satellite occidentali, tacciono su Assange. D’altra parte che dire? I grandi difensori della libertà di stampa, felici gregari nel cantare le giustificazioni di ogni guerra intrapresa dagli americani negli ultimi trenta anni, che dovrebbero scrivere? Che Assange è tenuto in condizioni disumane in un carcere europeo? Che viene torturato? Che le acuse farlocche servite per arrestarlo, da parte svedese, sono cadute? Che è accusato di aver rivelato al mondo efferatezze dei militari americani? Di aver mostrato l’altra faccia della guerra, quella esclusa dalla narrazione mainstream, quella che non esporta democrazia ma morte, che ammazza civili e mostra un disprezzo per gli esseri umani? Così mentre il mondo cammina sul precipizio della storia, chi voleva aprire gli occhi ai ciechi fuitori dei media, giace in carcere. Dimenticato.

Quindi Nicoletta Dosio. Passiamo al nostro paese e alle sue inutilità politiche. Immagino che l’unica posizione possibile per un governo non fascista, in questo momento, sarebbe quella di non farsi coinvolgere nell’ennesima guerra imperialista americana. Ma voi ci credete? Io no. E vedo come cresce invece – a fronte di zero carisma internazionale e di un’opinione pubblica ormai annichilita da una narrazione tossica – ogni forma evolutiva delle politiche repressive. Una politica securitaria fatta di bastonate (anche giudiziarie) per i poveracci, per chi alza la testa, per chi non ha da vivere, a fronte di un certo quieto-vivere nei confronti dei mestatori di politica e affarismo, degli imprenditori rapaci che stanno distruggendo il tessuto di questo paese. Il dio denaro ha sostituito ogni divinità e ogni rispetto umano. Quindi Nicoletta che si oppone alla Grande Opera Inutile è finita dentro. Incarcerata per aver difeso la valle, con altri giovani accusati di terrorismo, dalla violenza di un sistema di predatori del profitto.

A me dispiace dover cominciare così il 2020. Ma i silenzi di fronte alla mortificazione della giustizia internazionale, e la furia repressiva fascisteggiante che cresce, meritano una riflessione. Siamo un paese in cui la destra, culturalmente, ha preso il sopravvento e in cui il mondo del profitto fa le regole e determina come deve vivere la comunità. O almeno così sembra, perché così lo raccontano…

*da Remocontro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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