Il senso e il fine del “conosci te stesso”

di Gilberto Squizzato, 21 novembre 2021

Gli antichi Greci raccomandavano: “γνῶϑι σεαυτόν” (“conosci te stesso”). A questa antica massima mi viene da obiettare: ma che senso aveva ed ha predicare il “conoscere se stessi”, se poi comunque noi uomini siamo destinati alla morte, a finire nel nulla, dal quale del resto siamo venuti? Oltretutto gli antichi Greci avevano una spietata, radicale consapevolezza di un tale destino, forse come nessun altro popolo l’ha mai avuta nella storia, almeno nella storia antica. Tanto è vero che definivano l’uomo “essere mortale”. Facevano quindi della morte la caratteristica, lo stigma principale dell’uomo.

Poi penso ai bambini; la cui occupazione (mi verrebbe da dire: il loro lavoro) principale è il gioco. E mi chiedo: qual è il senso del gioco (non solo per i bambini, ma anche per noi adulti)? Risposta: nessuno! Il gioco non ha nessun senso finalistico, se non il piacere in sé, il piacere che si prova a giocare. Anche se nel caso dei bambini (e forse non solo dei bambini) il gioco è anche una forma (anzi forse la principale forma) di apprendimento. E allora penso che è così anche per la vita in generale; è così anche per gli adulti.

Il “conosci te stesso” che raccomandavano i Greci non ha nessun senso finalistico, dal momento che noi uomini siamo “esseri mortali”, la cui vita si conclude definitivamente e ineluttabilmente con la morte. Il “conosci te stesso” ha un valore in sé, per il piacere che la ricerca di sé dona a chi la fa. La vita non ha un senso metafisico, un senso che sta oltre se stessa; la vita ha un senso in sé. Proprio come il gioco, che non si gioca per una qualche utilità pratica e neanche per chissà quale nobile ragione ideale.

Si gioca perché è bello giocare, perché giocare ci distende, ci rilassa, ci diverte, ci fa stare bene. La vita ha senso viverla non perché trova una giustificazione che sta fuori della vita stessa. La vita è bella in sé; o, perlomeno, la maggior parte di noi trova che, nonostante tutto, ha senso viverla. Pur con tutte le sofferenze che inevitabilmente la attraversano e la consapevolezza che essa prima o poi terminerà con la morte.

Allora, fin quando troveremo che essa è – nonostante tutto – bella, avrà senso viverla. Quando non la troveremo più bella e le sofferenze supereranno le gioie che – nonostante tutto – essa ci dà, forse sarà il caso di togliere le tende e andare incontro – consapevolmente, volontariamente e, se possibile, serenamente – al nostro destino di uomini: quello di essere mortali.

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