Il sempre nuovo del sempre uguale

di Antonio Cipriani, da Remocontro, 1 agosto 2021

Avendo chiuso per ferie lunghe, il barbiere anarchico e alchimista ha scritto una lettera agli amici e compagni che popolano il suo studio filosofico di rasature e taglio, quelli che con la scusa della barba lunga o dei capelli arruffati accedono per pochi euro alle sue lezioni di vita.

“Cari miei, chiudiamola qui. Non c’è Occam che tenga, i tempi sono oscuri e le voci ululanti sovrastano i silenzi necessari. Quindi, prendo carta e penna e scrivo. Senza social, senza like o altre furfanterie che implicano soltanto quella partecipazione e condivisione olimpica di livori e puttanate. Meno sai più dici. E se poi il meno è – almeno quello – profondo, ogni non-sapere diventa laurea magistrale in tutto lo scibile umano, ad alto volume e con quell’arroganza ignorantissima che in questa fase storica non delinea solamente i protagonisti dell’arraffa-arraffa, ma anche i depredati che giulivi li festeggiano”.

Questo l’incipit. Disarmante, in tempi di grande caos, dove ogni posizione è assoluta e se uno pone dubbi rischia di finire nel limbo dei complottisti, e se non lo fa per quieto vivere, viene assegnato d’ufficio ai piumati con mimetica e mostrine. Confesso che sorrido all’immagine dei depredati che giulivi festeggiano gli arraffoni di diritti e bene comune.

Prosegue il barbiere:

“Se fossi davvero complottista, senza scendere in particolari, tenderei a cogliere una mano dietro questa ricerca mediatica e politica del bianco e nero, degli interessi contrapposti e indiscutibili. O sei no o sei sì. Non più quel sano scetticismo dei pochi che tiene viva la ragione e il senso critico, fatto di dubbi e sfumature, per affinare il pensiero. Format da prendere così come sono, preconfezionati e definiti”.

“Invece no. Mi piace pensare fuori dagli schemi, altrimenti non farei il barbiere, ma un mestiere dove si guadagna bene senza troppi discorsi. Così, penso che sotto questo spazio di dibattito così strampalato e rigido agisca semplicemente la struttura sotterranea della modernità. La garanzia del suo continuo rinnovarsi – in ogni epoca domina il moderno rispetto a ciò che c’era – sta nella fissità dei rapporti sociali del capitalismo. Non ci sono altre spiegazioni, né complotti strani. L’esperienza del sempre nuovo che viviamo, i dibattiti furiosi su leggi e atteggiamenti, su scelte e rivoluzioni apparenti, ci fa dimenticare che la precondizione fondamentale – parafrasando David Frisby – è la riproduzione del sempre uguale dei rapporti sociali necessari affinché appaia il sempre nuovo”.

La lettera del barbiere alchimista anarchico si conclude con un invito all’acquisto di bei libri e non di ciofeche del marketing (testuale) e con i compiti per le vacanze: 

“Avventuratevi nella lettura di Alfabeto delle proprietà. Filosofia in metafore e storie, autore Andrea Tagliapietra. Poi ne parleremo. Alla prossima, citti!

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: