Il rimpasto di Papa Francesco.

curia vaticanaA qualcuno dei miei lettori cattolici, approccio e linguaggio del collega Schiavazzi appariranno un po’ troppo profani, ma l’esperienza di questi anni ci ha insegnato ad essere disincantati anche verso il centro della cristianità. E Piero Schiavazzi, che ho conosciuto anni fa quando era capo servizio dei notiziari di Telepace, è certamente un  giornalista tra i più addentrati nelle stanze del Vaticano, probabilmente (e fortunatamente) destinate da Papa Bergoglio ad essere sempre meno segrete (nandocan).

da Piero Schiavazzi, L’Huffington Post, 12 gennaio 2014 – Bergoglio stravolge il governo della chiesa italiana, primo produttore mondiale di porpore cardinalizie. Dopo avere amministrato un battesimo con l’acqua, sul capo di trentadue neonati, a mezzogiorno il Papa lo ha fatto con il fuoco, annunciando i nomi di sedici nuovi cardinali, più tre fuori quota ottantenni. E in molti sono rimasti scottati, da questa e dall’altra parte dell’oceano, tra l’Italia e gli States.

L’esclusione di Torino e Venezia, con le candidature “consone” non solo foneticamente di Cesare Nosiglia e Francesco Moraglia, vicinissimi a Camillo Ruini e Angelo Bagnasco, brucia sulla pelle della vecchia guardia ed è acuita dall’inserimento a sorpresa di Perugia, che rimuove ogni alibi numerico e conferisce alla scelta un carattere politico. All’esigenza naturale e neutrale di ridurre il numero delle porpore italiane si aggiunge infatti l’accelerazione del processo che, negli ultimi mesi, ha stravolto il profilo della conferenza episcopale, fin qui modellato a immagine e somiglianza di Ruini.

Dopo il trasferimento a Latina del segretario generale Mariano Crociata e la sua sostituzione con Nunzio Galantino, chiamato dalla periferia estrema di Cassano allo Ionio, la nomina cardinalizia di Gualtiero Bassetti, nella domenica in cui la liturgia ricorda il battesimo di Gesù, squarcia evangelicamente i cieli sull’arcivescovo umbro e lo indica quale “figlio prediletto”, in vista di una prossima elezione del presidente della CEI.

Il Papa, che candidamente si circonda di commissioni consultive, sa sfoderare all’occorrenza un decisionismo raro e solitario, assai temuto all’interno e altrettanto invidiato in queste ore al di là del Tevere, da Palazzo Chigi a Largo del Nazareno.

Per la Chiesa il concistoro costituisce infatti un rimpasto di governo e un’elezione di midterm: ovvero un consolidamento dell’esecutivo, che affianca il pontefice regnante, e un rinnovo parziale della camera alta, che un giorno eleggerà il suo successore.

Il mondo nell’occasione si divide in collegi sicuri e non, ossia in diocesi ordinariamente o solo provvisoriamente cardinalizie. Una mappa che Francesco ridisegna in funzione del merito e a scapito della rendita, modificando la pigmentazione dei capoluoghi e la densità purpurea dei continenti. A cominciare dall’America Latina, che riequilibra i rapporti con l’Europa, sicuramente, ma anche e soprattutto con il Nord del proprio emisfero.

Alle conferme scontate di Buenos Aires, con l’erede di Bergoglio, Mario Aurelio Poli, di Rio de Janeiro, con l’organizzatore della GMG, Orani João Tempesta, e di Santiago del Cile, con il “vicentino” Ricardo Ezzati Andrello, si aggiungono la new entry di Haiti, con Chibly Langlois, e il ritorno del Nicaragua, con Leopoldo José Brenes Solórzano, per rafforzare l’autorevolezza delle rispettive chiese, impegnate nella ricostruzione del paese, dopo il terremoto del 2010, e nella riforma delle istituzioni, ultimo capitolo nella saga delle dispute trentennali con Daniel Ortega.

Se poi ascriviamo al fronte latino anche l’unica porpora settentrionale, conferita però al francofono arcivescovo di Québec, Gérald Cyprien Lacroix, risulta viepiù stridente l’assenza degli Stati Uniti, grandi elettori del Papa, che a questo punto potrà trovare compensazione soltanto nell’ascesa di Peter Brian Wells, ascoltato consigliere del Pontefice, al terzo posto della gerarchia vaticana, nel ruolo strategico di sostituto della segreteria di stato, che fu già dei due Giovanni Battista, bresciani entrambi, Montini e Re, ma dove nessuno yankee finora è mai arrivato.

Restano al palo invece i “conservatori creativi” e astri nascenti dell’episcopato a stelle e strisce, posizionati da Benedetto XVI in sedi tradizionalmente cardinalizie, con una indicazione che Francesco per il momento ha però disatteso in toto: Charles Chaput a Filadelfia, José Gomez a Los Angeles, William Edward Lori a Baltimora, Allen Henri Vigneron a Detroit.

La deferenza nei confronti del predecessore si manifesta comunque nella nomina del suo pupillo, Gerhard Ludwig Müller, con una intuizione astuta e lungimirante: come abbiamo già osservato nei mesi scorsi, la decisione di confermare a capo dell’ex Sant’Uffizio, e oggi onorare della berretta rossa, il curatore dell’opera omnia di Ratzinger, replica la mossa vincente del condottiero Wojtyla, che mentre si apprestava a compiere la sua cavalcata storica, chiamò dalla Germania il Panzer Kardinal, futuro pontefice, a presidiare le retrovie dottrinali.

Insieme a Müller, e senza contare l’Italia, l’inglese Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, assai stimato da Bergoglio, rappresenta la sola e ulteriore porpora europea, in un Regno Unito rimastone privo ad onta del suo blasone aristocratico, dopo lo scandalo che ha tenuto fuori dal conclave lo scozzese Keith O’Brien.

Restando in Europa e tornando nella penisola, il calo del rating risulta attenuato, e mascherato, dal numero dei cardinali, quattro più il quasi centenario Loris Capovilla, che consente di mantenere il giudizio entro  i confini della sconfitta e non la fa degenerare in disfatta.

Oltre al Segretario di Stato Pietro Parolin e all’arcivescovo di Perugia Gualtiero Bassetti, presidente “in pectore” della conferenza episcopale, i nunzi Lorenzo Baldisseri e Beniamino Stella si possono infatti considerare italiani all’anagrafe ma “creoli” per biografia e sensibilità pastorale, avendo trascorso buona parte delle ultime due decadi a Brasilia e Asunción, Bogotá e L’Avana. Sotto la loro guida, la macchina dei due dicasteri chiave del Sinodo e del Clero si muove su telaio e con meccanica di concezione sudamericana.

Come per la Fiat di Sergio Marchionne, anche per la Chiesa di Jorge Bergoglio la nazionalità della “ditta” non dipende, in definitiva, dalla sede legale, ma dalla ubicazione dei suoi “modelli” e “mercati” di riferimento, nonché dalla capacità espansiva, in termini di fatturato spirituale.

L’Italia, primo produttore mondiale di porpore cardinalizie, con ventotto elettori nell’ultimo conclave, un quarto del totale, senza che nessuno dei suoi prototipi riuscisse a convincere l’azionista, vede oggi a rischio la continuità dei propri stabilimenti storici, sopravvissuti all’era delle signorie rinascimentali.

Dopo Torino e Venezia, in prospettiva, quando andranno in pensione i titolari attuali, diventano altrettanto incerte Bologna e Firenze, Genova e Palermo. Un privilegio che Wojtyla e Ratzinger non avevano mai osato intaccare: in nome della riconoscenza nei confronti del Belpaese, penalizzato dalla perdita del papato, e in virtù di un riconoscimento del suo dinamismo ecclesiale, che valorizzava il loro ministero.

Sotto questo profilo, paradossalmente, proprio l’oriundo Bergoglio, a differenza dei colleghi polacco e tedesco, appare il primo Papa pienamente “straniero” e globalizzato.

La sua Chiesa guarda verso i mercati emergenti e, su sedici posti che contano, riserva il venticinque per cento dell’investimento all’Africa, con Philippe Nakellentuba Ouédraogo in Burkina Faso e Jean-Pierre Kutwa in Costa d’Avorio, e all’Asia, con l’arcivescovo di Seoul, Andrew Yeom Soo-jung, e quello di Cotabato, Orlando Quevedo, nell’isola filippina di Mindanao.

Proprio quest’ultima, tra tutte, ci sembra la scelta più profetica del Pontefice. Se la riscoperta dell’Asia, sulla scia d Francesco Saverio, si fosse limitata in effetti alle rotte tradizionali, alla fine saremmo rimasti delusi, avendoci ormai abituati a gesti fortemente immaginifici.

Ma la nomina di Monsignor Quevedo, sulla frontiera degli anni e dopo una vita in frontiera, nella regione a maggioranza musulmana di un paese a maggioranza cattolica, dove le bombe esplodono sulla porta delle cattedrale, restituisce alla porpora il suo significato storico. Rivestendo i pastori che ne sono insigniti con il colore, e l’odore, del sangue. Oltre ovviamente a quello delle pecore.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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