Il referendum del Pd cambia verso

PD congresso 2Per documentare la piega che stanno prendendo le cose nella democrazia interna del Pd potrebbe servire anche la vicenda del referendum tra gli iscritti, consultivo o deliberativo. A volerlo fra le norme dello Statuto è stato Walter Veltroni, ma fino a qualche mese fa sembrava che piacesse anche a  Renzi. Quale occasione migliore per inaugurarne l’applicazione di questo dibattito sulla riforma del lavoro e in particolare sull’articolo 18? Sì, se ci fosse anche un regolamento, che però nessuno avrebbe più voglia di scrivere, stando a quanto ha scritto l’altro ieri Daniela Preziosi sul Manifesto. Soltanto Pippo Civati  aveva osservato che se si trattava del regolamento ce ne sarebbe uno già pronto consegnato a Bersani un paio d’anni fa, scritto dallo stesso Civati  insieme a Nadia Urbinati  e altre 19 persone. Ma con l’aria che tira… (nandocan)

 ***di   Daniela Preziosi, Lo volle for­tis­si­ma­mente Wal­ter Vel­troni, il primo segre­ta­rio del Pd, quello che nel 2008 varò lo sta­tuto degli «Stra­na­more» (il copy­right è di Franco Marini, si rife­riva non ami­che­vol­mente ai pro­fes­sori Ste­fano Cec­canti e Sal­va­tore Vas­sallo che lo ave­vano scritto). Volle inse­rire il refe­ren­dum degli iscritti fra i prin­cipi fon­da­men­tali del par­tito nascente, insieme alla voca­zione mag­gio­ri­ta­ria e al segre­ta­rio eletto dagli elet­tori. Art.27, «forme di con­sul­ta­zione e di par­te­ci­pa­zione alla for­ma­zione delle deci­sioni del Par­tito». Può essere «con­sul­tivo» o «deli­be­ra­tivo». Per con­vo­carlo serve la richie­sta «del Segre­ta­rio nazio­nale ovvero la Dire­zione nazio­nale con il voto favo­re­vole della mag­gio­ranza asso­luta dei suoi com­po­nenti, ovvero il 30 per cento dei com­po­nenti l’Assemblea nazio­nale, ovvero il 5 per cento degli iscritti al Pd».

Della sua uti­lità Vel­troni era con­vinto dal lon­tano ’94 quando il Pds, per sce­gliere il suc­ces­sore di Achille Occhetto, si inventò una con­sul­ta­zione dei diri­genti locali — prima asso­luta in un par­tito ex comu­ni­sta — che indi­ca­rono lui come pre­fe­ri­tis­simo. Così aveva fatto anche «il popolo dei fax», avo della cosid­detta «società civile» e che oggi orga­niz­zebbe la rivolta in rete. Ma poi il con­si­glio nazio­nale elesse Mas­simo D’Alema: 249 voti con­tro 173. I Bas­so­lino, i Rei­chlin, i Ranieri — forse oggi li chia­me­reb­bero «la vec­chia guar­dia» — decisero diver­sa­mente.
Nel nuovo Pd i fan dell’istituto del refe­ren­dum interno — una mezza bestem­mia per un par­tito del 900 dove un diri­gente diven­tava tale per­ché aveva (almeno) chiaro cosa pen­sava la base — sono i vel­tro­niani. Come Gof­fredo Bet­tini, che ancora alle pri­ma­rie del 2013, l’anno scorso, ne par­lava come della «rivo­lu­zione» per azze­rare le guerre cor­ren­ti­zie e di «rico­struire un rap­porto vero con le per­sone, nell’esercizio della loro respon­sa­bi­lità poli­tica indi­vi­duale»; una forma «di demo­cra­zia deli­be­rante attorno ai grandi temi, con pro­ce­dure tra­spa­renti, rego­lari, agili e con­di­vise», per far sì che «gli i iscritti con­tri­bui­scano in modo deter­mi­nante a deci­dere le scelte e indi­care gli indi­rizzi».
Tra­di­zio­nal­mente più scet­tici i dale­miani, i ber­sa­niani poi cuper­liani e oggi ’rifor­mi­sti’. Come sulle pri­ma­rie: causa una fisio­lo­gica fidu­cia nel ruolo dei gruppi diri­genti, «il partito».

Fatto sta che né gli uni né gli altri hanno mai appro­vato quel «rego­la­mento» che da sta­tuto serve a ren­dere fat­ti­bile il ricorso alle urne. Un paio d’anni fa ne ha pro­po­sto uno Pippo Civati. Nel 2009 ci aveva pro­vato Igna­zio Marino, per chie­dere ai gazebo l’orientamento sul bio­te­sta­mento. Erano i mesi del «ma anche» vel­tro­niano e dei ’teo­dem’. Un ricer­ca­tore de<CW-17>l Cnr, Raf­faele Cala­bretta, ha preso a cuore la que­stione e da anni scrive libri sulle «dopa­rie», cioè con­sul­ta­zioni «dopo le pri­ma­rie», «richie­ste dai cit­ta­dini, per veri­fi­care dal basso scelte e com­por­ta­menti dei poli­tici, ma anche pro­po­ste dai par­titi, per cono­scere l’umore dell’opinione pub­blica su grandi temi d’interesse gene­rale. Il testa­mento bio­lo­gico, la Tav in val di Susa, il caso Ali­ta­lia, le alleanze».

Fatto sta che il rego­la­mento non è mai arri­vato. «Non per cat­ti­ve­ria, ma per­ché non serve. Quando verrà con­vo­cato un refe­ren­dum, basterà un voto un dire­zione», mini­mizza Nico Stumpo, già capo dell’organizzazione nell’era ber­sa­niana. In pra­tica nel Pd il refe­ren­dum c’è ma non si fa: su que­sto la «larga intesa» fra sini­stra e destra del par­tito è mas­sima e inos­si­da­bile. Renzi, già pasda­ran della con­sul­ta­zione, ora che il refe­ren­dum viene agi­tato con­tro il segre­ta­rio — cioè lui — è col­pito da un’amnesia. Lorenzo Gue­rini, vice­lea­der e attuale capo dell’organizzazione, alla sola parola chiede «di abbas­sare i toni» e non «minac­ciare sfracelli».

Ora che gover­nano il par­tito, gli anti­chi refe­ren­dari si sco­prono par­ti­ti­sti con­vinti. I ren­ziani più solerti e incauti teo­riz­zano aper­ta­mente: «A chi pensa che basti far bale­nare l’idea della con­sul­ta­zione popo­lare per annac­quare la riforma del lavoro rispon­diamo che gli ita­liani non pos­sono più aspet­tare» (Fede­rico Gelli); «Una richie­sta fuori luogo, il Pd ha i suoi orga­ni­smi demo­cra­ti­ca­mente eletti al con­gresso e all’interno di que­sti si devono pren­dere le deci­sioni che i par­la­men­tari hanno il dovere di rispet­tare in aula con il loro voto».

Ragio­na­mento che però potrebbe valere sem­pre, con buona pace dell’art.27 dello sta­tuto del Pd. Che dun­que finirà rot­ta­mato di fatto. Pro­prio come l’art.18 di quell’altro sta­tuto — quello dei lavo­ra­tori -. Magari con minore rimpianto.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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