Il principale problema dell’uomo: la solitudine

di Giovanni Lamagna, 10 ottobre 2021

Solitudine esistenziale

Penso che il problema fondamentale con il quale si deve confrontare l’uomo (ancora prima che quello delle malattie e quello della morte) sia quello della solitudine. Non sto parlando qui ovviamente della solitudine episodica, saltuaria, che a tutti noi capita di sperimentare di tanto in tanto e per periodi più o meno prolungati. Parlo della solitudine radicale, la solitudine esistenziale, che niente e nessuno, al di fuori di noi stessi, può aiutarci ad affrontare e meno che mai a risolvere. La solitudine per cui io sono io e tu sei tu, io sono io e gli altri sono radicalmente altro da me, costituzionalmente separati da me; la solitudine per cui il mio destino è mio e il tuo è altro dal mio.

Ci sono persone che lasciano trascorrere tutta la vita senza neanche porsi né tantomeno cercare di risolvere questo problema. Che vivono alla perenne ricerca di puntelli, di supporti, di paletti a cui appoggiarsi, che diano loro l’illusione di poter restare in piedi senza crollare, senza essere risucchiati dall’angoscia insostenibile della solitudine. Ovviamente questa sensazione di non essere mai soli è solo illusoria e molto superficiale. Nel profondo, infatti, esse continuano ad avvertire una profonda insicurezza, sentono di essere sempre sul bordo di un burrone, a rischio di precipitare negli abissi della depressione esistenziale.

Un buon compagno di se stesso

Questo problema, infatti, lo si può risolvere (per quanto sempre in maniera parziale e precaria) solo a due condizioni. La prima è che questa solitudine radicale, potremmo dire ontologica, venga da noi accettata fino in fondo, come tratto costitutivo e insuperabile della nostra stessa essenza. La seconda è che si incontri dentro di sé quell’Altro da sé in grado di farci compagnia costantemente, a prescindere dalla presenza o meno accanto a noi di altri esseri umani.

Queste due condizioni sono tra l’altro anche la necessaria e indispensabile premessa per intrecciare delle buone (nel senso di vere, sane, soddisfacenti e non surrogatorie) relazioni con gli altri. Chi, infatti, non è capace di stare da solo, nel senso che non è buon compagno di se stesso, non è manco capace di stare bene assieme agli altri, di essere buon compagno per gli altri.

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