Il Pd ha davvero bisogno di leader carismatici?

Barcadi Fabrizio Barca, 8 settembre 2013 – In questo ultimo quarto di secolo aperto dalla caduta del muro di Berlino e segnato da Tangentopoli, quante volte abbiamo sentito parlare di cambiamento, rinnovamento, nuova visione, ricambio delle classi dirigenti? Quante volte abbiamo sentito dire che ci voleva un leader unico con forti poteri (“il sindaco d’Italia” lo chiamava Mario Segni) circondato da tecnici capaci di soluzioni straordinarie e risolutive? E assieme una rappresentanza diretta della società civile che dialogasse direttamente con quel leader, superando particolarismi, correnti e oligarchie?

In nome di questa narrativa abbiamo avuto due riforme elettorali mirate a dare più potere e stabilità al governo. Abbiamo avuto ben tre “partiti” della società civile affidati a un “proprietario”, a un mattatore e a un tecnico. I partiti di centrosinistra che popolano oggi il Partito democratico hanno avuto 14 leader. Di governi ne abbiamo visti 14 (10 premier) a esito di grandi campagne elettorali ed entusiasmi delle folle.

I risultati di questo quarto di secolo sulla nostra qualità della vita, nonostante l’energia e l’impegno di tanti grumi della società, sono pari a zero. Produttività ferma, uscita di Lombardia e Emilia Romagna dal pacchetto di testa delle regioni d’Europa per competitivitá, Sud bloccato, esclusione sociale e ineguaglianza in aumento, depressione culturale. E’ mai possibile predicare oggi le stesse cose che hanno dato questi esiti?

Non sorge il dubbio che stiamo sbagliando e che bisogna cambiare rotta? Che, certo, ci vogliono leader carismatici, ma dietro devono avere una squadra e una strategia frutto di fatica e dibattito? Che ciò che manca per governare l’Italia non è il potere ma la partecipazione e il presidio moderno dell’attuazione? Che la squadra, la strategia e la partecipazione hanno bisogno di un partito-palestra, innovativo, strumento della società? È questo il senso del documento che ho scritto e dei 6 impegni di rinnovamento del Pd che ho proposto.

Molti, come me, legano il loro voto al Congresso a posizioni chiare dei candidati a segretario su questi e altri contenuti. É da queste posizioni che può venire quel confronto acceso sul merito che é condizione di vero cambiamento.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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