Il partito di Conte

Ve lo aspettavate un elogio dei “moderati” da parte di Marnetto? Eccovi serviti. Ma ho l’impressione che se i nostri “moderati” sono davvero come lui li descrive (e non quelli che pensava di rappresentare Berlusconi), nell’Italia di oggi potrebbero considerarsi rivoluzionari. Vogliamo dire “forza Conte”? (nandocan)

***di Massimo Marnetto, 12 dicembre 2020 – C’è chi vede Conte in difficoltà perché non ha un partito. Io credo invece che un partito ce l’abbia, anche se non convenzionale: sono i “moderati”. Quegli italiani che non amano gli eccessi di protagonismo di Salvini, né la ludopatia politica di Renzi, che gioca sempre d’azzardo con la sopravvivenza del Governo.

Quelli che sanno che l’Italia ha un disperato bisogno di stabilità per uscire dalla pandemia e utilizzare al meglio gli Euro-miliardi non solo per una ripresa, ma per l’ammodernamento del Paese. Quelli che sanno che un eventuale governo di unità nazionale con destre e sinistre mischiate sarebbe più debole di quello che c’è. Quelli che apprezzano le mediazioni lungimiranti, più delle affermazioni altisonanti. 

I moderati non confondono la destra e la sinistra, ma hanno ben presente l’interesse generale del Paese, che per loro è strettamente connesso al benessere personale. Sono i borghesi che ancora tengono vivo il senso del dovere come atteggiamento di correttezza civile, non ammirano i furbi e si rifiutano di essere derubricati a ceto medio, perché per loro competenza e cultura sono più identitarie del censo.

Non sono solo virtuosi i moderati: il loro principale limite è essere troppo silenziosi nel dibattito politico, come se usare la parola pubblica fosse una violazione alla compostezza, un eccesso di visibilità. Ma ci sono anche se non si vedono. E sostengono Conte, perché la sua pacatezza laboriosa li rappresenta.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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