Il nazionalismo induista di Modi e l’Asia delle intolleranze religiose

Michele Marsonet su Remocontro, 19 gennaio 2022

L’India del nazionalismo induista da sempre in guerra contro l’islamismo in casa e ai confini, ora all’attacco della modesta presenza cristiana. Il blocco dei finanziamenti esteri all’ente di beneficenza fondato da Maria Teresa di Calcutta deciso dal governo centrale rappresenta l’istituzionalizzazione delle persecuzioni del nazionalismo induista.

Nazionalismo religioso violento

Nella Federazione Indiana crolla ogni giustificazione volta ad addossare ai gruppi estremisti indù la colpa delle più recenti persecuzioni anti-cristiane. Era proprio questa, infatti, la strategia comunicativa adottata dal governo ultranazionalista di Narendra Modi, che in tal modo poteva addebitare violenze ed ostracismi ai fondamentalisti religiosi i quali, d’altro canto, sostengono il governo Modi a spada tratta.
La finzione di cui sopra cade perché, come ora si apprende, New Delhi ha decretato il blocco dei finanziamenti esteri destinati alle Missionarie delle Carità, la congregazione religiosa fondata da Madre Teresa di Calcutta e da sempre assai attiva nel subcontinente indiano.

La carità vietata

Il blocco è destinato ad avere conseguenze gravi, poiché le Missionarie di Madre Teresa provvedono (o, meglio, provvedevano), tramite i suddetti finanziamenti, a gestire moltissimi istituti di accoglienza sparsi nell’immenso Paese. Considerata la situazione di povertà estrema in cui vivono fasce molto ampie della popolazione, il blocco è destinato a prosciugare il rivolo di aiuti che consentiva alle Missionarie di almeno sfamare tante persone.
Un rivolo, per la verità, piuttosto consistente. Si tratta infatti di oltre 750 milioni di dollari annui tutti spesi nelle opere di carità. Chiaramente insufficienti se si tiene conto della gravità della situazione indiana. Comunque in quantità tale da consentire alle Missionarie di condurre preziose attività assistenziali di base.

Lo spregio del giorno di Natale

Molto significativo il fatto che la decisione governativa sia stata adottata proprio nel giorno di Natale, il 25 dicembre, quasi a rimarcare che quei soldi provengono da fonti non indù, e quindi estranee alla nazione. Con questo il “Bharatiya Janata Party” (BJP), il partito induista di Modi, intende porre paletti ben precisi e scoraggiare tanto il proselitismo quanto la diffusione di altri credi religiosi nel Paese.
Le persecuzioni anti-cristiane, in India, ci sono sempre state, con alti e bassi ricorrenti. Tuttavia, al tempo in cui a governare era il Partito del Congresso, laico e facente riferimento a figure quali il Mahatma Gandhi e il Pandit Nehru, le autorità centrali cercavano sempre di frenarle (e spesso con successo). L’avvento di Modi ha stravolto il quadro.

Fondamentalismo politico e religioso

L’attuale premier, infatti, ha in mente una nazione che s’identifica in toto con la prima religione del Paese, e considera estranee tutte le altre fedi. Nazionalismo e fondamentalismo religioso così si fondono, sino a causare l’emarginazione sempre più accentuata di coloro che indù non sono.
Ad essere coinvolte non sono soltanto entità cattoliche come quella fondata da Madre Teresa. La stessa intolleranza si manifesta nei confronti delle varie confessioni cristiane protestanti, anch’esse accusate di promuovere un proselitismo che agli occhi del governo Modi è intollerabile.

Musulmani a subire o infierire

Ancora più grave è la situazione della popolazione musulmana che in India rappresenta una “minoranza” di circa 140 milioni di persone, vale a dire la terza comunità islamica più grande al mondo. Come Narendra Modi e i suoi seguaci intendano gestire una simile polveriera non è dato capire. O, meglio, si capisce che il premier e il suo partito intendono praticare una repressione senza fine.
La situazione, tuttavia, non migliora affatto se volgiamo lo sguardo alle nazioni circostanti. Il Pakistan, Paese totalmente islamico, reprime le pur sparute minoranze religiose presenti nel suo territorio. Il fatto curioso, in questo caso, è che il fanatismo è soprattutto presente nella stessa popolazione, mentre governo e magistratura si sforzano spesso di porre dei freni (e non sempre con successo).

Buddismo tradito dalla violenza

Che dire, infine, della religione tollerante e pacifica per eccellenza, vale a dire il buddhismo? Nei Paesi in cui prevale con nettezza, per esempio la ex Birmania – ora Myanmar – e la Thailandia, sono in atto persecuzioni anti-islamiche. Molto nota quella a danno dei musulmani birmani Rohingya, costretti a rifugiarsi nel Bangladesh, Paese peraltro molto povero e non in grado di destinare ad essi risorse adeguate.
Dunque la religione, come è avvenuto sin troppo spesso nel corso della storia umana, ha dismesso gli abiti di pace per adottare uno stile guerresco. Destino davvero triste, se solo si pensa che intento dei fondatori delle varie fedi era proprio diffondere tra gli esseri umani un messaggio di pace universale.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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