Il muro di Dublino

***da Massimo Marnetto, 24 aprile 2015 – Un minuto di silenzio e cinque ore di chiacchiere.

Così si è concluso il Consiglio europeo straordinario sull’immigrazione, che ha concesso più fondi a Triton, ma senza elaborare alcuna strategia strutturale, che operi sulle cause dei flussi.
E’ più comodo parlare di emergenza, così l’opinione pubblica pensa che gli sbarchi siano una crisi passeggera che con una bella sorveglianza navale si possa risolvere. O al massimo, una faccenda che ricade sugli stati del sud, che dovranno tenersi tutti quelli che salvano (accordo di Dublino), così imparano a fare gli umanitari.
In questa banalizzazione della migrazione c’è il tutto lo scandaloso negazionismo europeo. Cioè la volontà di non voler vedere, né capire, per poi proclamarsi non responsabili.
In questo senso, l’incremento di fondi per  Triton non è una buona notizia.
Perché dimostra come la UE insista nel classificare l’emigrazione come un “incidente” di sorveglianza locale (confini) e non come una criticità globale.  Che invece richiederebbe interventi specifici su tutta la “filiera” dell’esodo: dalle cause che fanno fuggire le persone, al vaglio dello status di rifugiato, al loro trasporto in sicurezza, fino alla ospitalità “attiva” che preveda un impiego lavorativo.
Insomma un “programma europeo” vero e proprio, per decongestionare nel lungo termine i flussi, ma iniziando subito ad evitare di far annegare le persone in mare e senza abbandonarle in terra, facendone  il vivaio della criminalità o lasciandole marcire nei centri-ghetto.
Ma di tutto questo non si è parlato  nel Consiglio straordinario.
La Fortezza Europea rimane dunque rispettosamente indifferente. 
E profondamente divisa, fino a quando non cadrà il muro di Dublino.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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