Il mondo si litiga l’energia: politica infuocata e gelido inverno

da Remocontro, 8 ottobre 2021

L’aumento dei prezzi dei combustibili fossili non riguarda solo l’Italia ed è la conseguenza di una crisi energetica che mette in competizione molti paesi, segnala il Post. Mentre in copertina propone le torri di raffreddamento della centrale elettrica alimentata a carbone di Nanchino, in Cina. A darci conferma che sul fronte del clima e del promesso abbattimento delle e missioni di CO2 siamo molto molto lontani. E presto probabilmente saremo anche al freddo.

Crisi energetica diffusa ma non tutta spiegabile

  • In Italia il prezzo di elettricità e gas nelle prossime bollette aumenterà molto. 
  • Nel Regno Unito, a settembre, sono fallite nove piccole società fornitrici di energia che complessivamente servivano 1,73 milioni di clienti. 
  • In Cina molte fabbriche su richiesta del governo hanno sospeso o ridotto la produzione per non consumare troppa elettricità. In Germania alcuni impianti industriali hanno rallentato spontaneamente la produzione per mantenere margini di guadagno a fronte dell’aumento della spesa per l’energia. 
  • In India le scorte di carbone delle centrali termoelettriche sono sufficienti, in media, a garantire la produzione di energia per soli quattro giorni. 
  • In gran parte del mondo insomma ci sono dei problemi con l’energia: non sono proprio gli stessi per tutti i paesi, ma sono legati tra loro.

Ripresa industriale dopo pandemia

Queste crisi energetiche c’entrano con la ripresa della domanda di carbone, petrolio e gas naturale dopo il calo dovuto alla pandemia da coronavirus. L’aumento della domanda ha fatto aumentare i prezzi, in alcuni casi sono ulteriormente cresciuti per i grandi problemi di logistica e distribuzione causati a loro volta dalla pandemia.

Cosa si prepara a breve

Per gli esperti del settore, entro fine anno o primi mesi del 2022 la domanda di petrolio arriverà a 100 milioni di barili al giorno. Come pre pandemia (nel 2019, 99,7 milioni al giorno). Riluttanza dei paesi esportatori ad aumentare la produzione e i prezzi volano. Petrolio e gas. Prezzi del gas naturale più che triplicati sia in Europa che in Asia. Il fatto che l’anno scorso le temperature invernali siano durate a lungo ha fatto ridurre le scorte più del previsto. Nell’Unione Europea le riserve sono ai loro minimi storici dal 2013. E nei prossimi mesi ci sarà un ulteriore aumento della domanda proprio per il ritorno dell’inverno e l’uso dei sistemi di riscaldamento.

Soldi e vantaggi politici

I vari paesi si fanno concorrenza nell’accaparrarsi le forniture di combustibili fossili e i paesi fornitori, esempio la Russia, ne stanno approfittando per ottenere vantaggi politici, segnala il Post.

Diverse fonti e diverse crisi

«Ogni paese si rifornisce di energia in modo diverso e dunque vive una diversa crisi energetica». In molti paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, il problema principale è il gas: più del 20 per cento dell’energia elettrica prodotta nei paesi dell’Unione è ottenuta dal gas naturale (in Italia circa il 40 per cento). E quasi tutto questo gas è importato: quasi il 90 per cento proviene da paesi non Ue, di cui quasi la metà (il 43,6 per cento nel 2020) arriva dalla Russia.

La Russia, la domanda asiatica e l’Europa delle sanzioni

La Russia negli ultimi mesi ha ridotto i flussi di gas che riforniscono l’Europa attraverso i gasdotti che passano da Bielorussia, Polonia e Ucraina. Mosca dice di aver avuto maggiori richieste dai paesi asiatici, ma assieme fa pressioni per ottenere l’attivazione del Nord Stream 2, il nuovo grande gasdotto che passa sotto il mar Baltico e raggiunge direttamente la Germania, potenzialmente operativo da subito. Ricatti incrociati. Chi perde tutto senza quei diritti di passaggio lungo i suoi gasdotti e che ha una atavica ostilità verso l’orso russo. E alcuni parlamentari europei sono arrivati a chiedere di indagare su Gazprom. Poi toccherà ai Saud regnanti e alle altre Petro-Potenze.

Il Mare del Nord si fa avaro

Allo stesso tempo, i giacimenti di gas del mare del Nord sono sempre meno produttivi. I Paesi Bassi, a causa di rischi sismici, stanno procedendo per esempio con la chiusura del giacimento di Groningen, grazie a cui fino a due anni fa erano, insieme alla Danimarca, gli unici esportatori netti di gas nell’Unione Europea. Nei paesi nordici inoltre si risente di un’estate particolarmente secca, che ha fatto scendere ai minimi i bacini che alimentano le centrali idroelettriche. Pessima notizia anche per il Regno Unito e l’Irlanda, che comprano parecchia energia dalla Norvegia.

Putin ed Europa, un favore chiama l’altro

Mercoledì, il presidente russo Vladimir Putin ha risposto alle preoccupazioni dell’Europa sul rifornimento di gas dicendo che la Russia potrebbe pensare di aumentare la produzione. «Anche se non si tratta ancora di un vero annuncio, le parole di Putin sono bastate a far calare notevolmente i prezzi dell’energia». Facile osservazione, l’uso storico generalizzato dell’energia per ottenere obiettivi politici, ed è scontato che Putin avrà qualcosa da chiedere in cambio all’Europa, parlando ad esempio di sanzioni.

Altrove ancora carbone

In altre parti del mondo la crisi energetica è più legata al carbone. La Cina usa il carbone per produrre il 56 per cento della sua energia elettrica. E pur essendo il paese che possiede la metà di miniere di carbone del mondo, in questo momento ne è a corto: «secondo un’analisi citata dal South China Morning Post, il 21 settembre le riserve di carbone nazionali erano sufficienti a produrre elettricità per soli 15 giorni, un minimo record». Problemi, quelli già segnalati in partenza della ripresa dell’economia mondiale dovuta alle campagne vaccinali contro il coronavirus. E Pechino ora compra carbone anche dalla non amata Australia, oltre che Indonesia e persino Russia.

Concorrenza Cina-Ue anche sul gas

Una delle ragioni per cui il gas russo scarseggia in Europa, secondo molti analisti, è che diversi paesi dell’Asia, e soprattutto la Cina, hanno molto aumentato i loro ordini. Alla fine di settembre, fra le altre cose, il governo cinese ha ordinato alle sue grandi aziende di stato di assicurarsi forniture di gas «ad ogni costo», secondo informazioni di Bloomberg.

Poi l’India del Modi poco a modo

Anche l’India, che ottiene circa il 66 per cento della sua produzione di elettricità da centrali a carbone, in questo momento di ripresa della produzione industriale sta affrontando una crisi energetica simile. Il 3 ottobre le 135 centrali termoelettriche del paese avevano riserve sufficienti per soli quattro giorni – contro i tredici giorni di inizio agosto. Con l’aumento dei prezzi del carbone, l’India ha ridotto le importazioni, ma la sua miniere, antiquate e pericolose, sono parte del problema. «Se ora il paese non riuscirà ad aumentare la produzione o non deciderà di importare più carbone, andrà incontro al rischio di blackout e razionamento dell’elettricità».

Gli Usa intoccati, almeno per ora

Negli Stati Uniti invece non ci sono problemi di disponibilità di energia, dato che il paese ha grandi riserve di gas estratto localmente, anche se la situazione nel resto del mondo sta spingendo giornalisti e osservatori a fare previsioni su cosa potrebbe accadere in caso di un inverno particolarmente freddo.

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