Il mondo 20 anni dopo l’11 settembre e l’America che ne è uscita

di Ennio Remondino, 11 settembre 2021

Il ventesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre coincide con il ritiro delle truppe americane e della Nato dall’Afghanistan, chiudendo un cerchio non virtuoso con un ritorno al punto di partenza. «Le immagini dei corpi che cadono nel vuoto dopo essersi aggrappati ai carrelli degli aerei in decollo all’aeroporto di Kabul si sovrappongono drammaticamente alle ombre delle persone che si lanciarono dalle Torri Gemelle», sottolinea l’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale da un cui studio traiamo spunto.
Immagini raccapriccianti simili, ma nel mezzo, un mondo profondamente cambiato, fondamenti dell’ordine globale diversi e spesso contestati, nuove sfide che incombono sugli equilibri internazionali.
Molte di queste sono state originate proprio dagli attentati dell’11 settembre e dalla reazione americana a cui l’occidente atlantico e la Nato non hanno saputo o almeno tentato di portare eventuali utili correzioni.

IL CREPUSCOLO DEI VALORI OCCIDENTALI: «Alla fine ha vinto bin Laden», ha scritto Michel Moore. Non è stato l’occidente a illuminare la barbarie con la sua democrazia. Nell’incattivimento che si scaglia contro il «buonismo», America e nazioni occidentali in balia della marea populista, c’è tutta la violenza delle guerre civilizzatrici, denuncia Luca Celada dagli Stati Uniti.

20 anni di terrorismo globale: da Al-Qaeda al Jihadismo della porta accanto

La minaccia terroristica di origine islamista si è evoluta moltissimo negli ultimi 20 anni: dal terrorismo globale a quello “della porta accanto” (seconde e terze generazioni di migranti pronti a lasciare il proprio paese per raggiungere i ranghi dello Stato Islamico, individui radicalizzati sui social networks etc.). Conseguente “adattamento alla minaccia” da parte degli Stati con strategie e strumenti normativi anche limitativi della libertà individuale per rispondere ai nuovi scenari.

I numeri della sfida

Dati 2019. Oltre 5mila morti a livello globale, in quasi 900 attentati di stampo jihadista. Nell’ultimo decennio il numero di questi attacchi è aumentato di 6 volte, e in particolare, è cresciuto in Asia e Africa sub-Sahariana dove si verifica il 60% degli attacchi. «Nonostante quasi due decenni di operazioni antiterrorismo guidate dagli Stati Uniti, quasi quattro volte più militanti islamici sunniti oggi di quanti ce ne fossero l’11 settembre 2001 e restano attivi quasi 100 gruppi estremisti islamici», lo scoraggiante dato ISPI.

Stati Uniti ed Europa

Anche negli Stati Uniti e in Europa il numero di attacchi è triplicato rispetto al primo decennio del 2000 ma il fenomeno resta di dimensioni ridotte rispetto al resto del mondo. I 28 attacchi terroristici negli USA a partire dal 2010 hanno causato 91 morti. Nello stesso arco di tempo sono stati 566 i morti per sparatorie con armi spesso da guerra in libero commercio.

Nascita e declino delle guerre infinite USA

L’11 settembre ha avuto un impatto decisivo nella politica estera Usa, e sul ruolo attribuito agli interventi militari. L’insuccesso dei conflitti in Afghanistan e in Iraq, oltre a mostrare l’insostenibilità politica dell’opzione militare, hanno indirettamente influito sulle crisi in Siria e in Libia, col costo dei “boots on the ground”, l’intervento di terra con rischi e costi umani, politicamente troppo alti.

«Anche per questa ragione, la forza militare americana appare oggi meno credibile- sottolinea ISPI-: una percezione che contribuisce a delegittimare il ruolo globale degli USA»

La guerra afghana più delle due guerre mondiali

Oltre al dato delle 900mila persone morte nelle guerre post-11 settembre, di cui 335mila civili, il costo economico complessivo per gli Stati Uniti è di 8 trilioni di dollari. Da sola, la guerra afghana è durata più delle due guerre mondiali e delle operazioni in Vietnam, con la perdita di 2500 soldati US, 67mila militari afghani e 47mila civili.

Un nuovo modo per fare la guerra

Nuovo modo di fare la guerra con l’evoluzione delle armi, l’utilizzo di droni e i ‘targeted killings’, le uccisioni mirate. Grazie a un primo esemplare di drone Predator, il 28 settembre 2000 Bin Laden venne identificato vicino a Kandahar. In quattro anni di guerra alll’Isis in Iraq e Siria, i droni sono stati impiegati in più di 2.400 missioni: quasi due al giorno. Nei prossimi 10 anni, gli Stati Uniti acquisteranno più di 1.000 droni da combattimento.

Conflitto reso sempre più impersonale dalla distanza dal fronte, ma più letale per gli obiettivi e anche per i civili, 22 mila quelli rimasti uccisi da bombardamenti e droni americani.

20 anni di “interventismo democratico”

«20 anni dopo l’11 settembre la strategia dell’esportazione della democrazia si è rivelata un insuccesso», sancisce ISPI. L’ordine internazionale post-guerra fredda legato alla superpotenza non ha superato la prova della ‘war on terror’. L’insediamento in Afghanistan e in Iraq di regimi fragili e corrotti ha mostrato come il ‘regime change’ non può fondarsi sull’interventismo militare, guerra preventiva e unilateralismo negli interventi internazionali, come la decisione americana di intervenire in Iraq.

Fallimento ‘America first’ e consensualità multilaterale

Alla fine di questo ventennio, la risposta di Trump alla pandemia di Covid-19 ha esaltato la debolezza dell’azione unilaterale. «Le organizzazioni internazionali hanno visto la loro credibilità internazionale e i limiti della propria azione notevolmente ridotte dallo stallo dovuto a uno scontro tra crescente “sfiducia” americana e nuove richieste degli emergenti di avere una sempre maggiore voce nella gestione delle questioni globali».

Declino americano: leadership contesa

L’ordine del post-guerra fredda è profondamente cambiato dall’attentato alle Torri Gemelle. Conseguenze sono la messa in discussione da parte di movimenti sociali, di nuovi protagonisti, di nuove istituzioni, o di nuovi grandi progetti internazionali come la Belt and Road Initiative cinese, dell’ordine mondiale pensato a Washington (“Washington Consensus”), e la possibilità di vedere emergere un equilibrio diverso.

Fine dell’egemonia economica

In questi 20 anni gli States hanno perso la leadership dell’economia mondiale. Nel giro di due decenni il PIL cinese è passato dal 12 al 70% di quello americano. Pechino si è anche affermata come partner commerciale a livello globale: nel 2000, erano 163 i Paesi che commerciavano di più con gli USA che con la Cina, 20 anni dopo sono solo 52. Mentre l’«american dream» si è progressivamente eroso:

oggi un migrante ha due volte la possibilità di essere espulso rispetto al 2001, mentre il livello di disuguaglianza economica della società americana è il più alto tra i paesi del G7.

Ancora il primato militare, a saperlo far funzionare

Anche a livello militare, il primato americano è sempre più contestato: Pechino ha quintuplicato le spese negli ultimi 20 anni mentre gli Stati Uniti le hanno solo raddoppiate. Con la caduta del muro di Berlino, il possibile confronto fra Pechino e Washington è rimasto sullo sfondo. Proprio quest’anno si celebrano i 20 anni dall’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, facilitato proprio dagli Stati Uniti che pensavano di poter “cooptare” agevolmente Pechino all’interno dell’ordine da loro creato

Ma la guerra al terrore ha imposto il rinvio americano mentre la Cina ha potuto coltivare una politica estera dichiaratamente orientata al primato internazionale per la metà del secolo.

Prove di dialogo: Medio Oriente, Occidente e Islam

Fra ‘Stati canaglia’ e storici alleati, il mondo arabo si è dovuto adattare alla “war on terror” americana. L’attacco alle Torri Gemelle ha rappresentato uno spartiacque per il Medio Oriente, costringendo i Paesi a dichiarare il proprio fronte di appartenenza. Adesso, di fronte al disimpegno militare americano, si pongono nuove sfide e scenari inediti con implicazioni anche per l’Italia e l’Europa con tanti concorrenti, a partire da Turchia, Russia e Cina pronti a riempire quel vuoto

L’esplodere dell’anti-americanismo

La reazione americana all’11 settembre – soprattutto a partire dalla guerra in Iraq – ha scatenato un’ondata di anti-americanismo in tutto il mondo. Contemporaneamente l’islamofobia si è imposta come minaccia all’equilibrio sociale dei paesi occidentali e l’aumento dei flussi migratori è spesso sfociato in gravi episodi di intolleranza, violenza e rigetto.

Islamofobia e populismi di destra

L’11 settembre rappresenta la data in cui risentimento e pregiudizi hanno preso maggior forza. Il recente emergere dei populismi di destra è reso possibile anche da questo processo. «In particolare, l’islamofobia (rinvigorita anche dallo “shock” dell’ISIS-Stato Islamico e della sua violenza) si è imposta negli ultimi due decenni come tratto caratteristico di molti i Paesi occidentali»

Se nel 2000 ci furono solo 12 aggressioni anti-musulmane negli Stati Uniti segnalate all’FBI, nel 2001 divennero 93, e nel 2020 se ne contano 227.

Indipendenza energetica e isolazionismo

20 anni fa era inconcepibile che l’America potesse disinteressarsi del Medio Oriente per la sua dipendenza dalle importazioni di petrolio. Oltre 10 milioni di barili di petrolio al giorno nel 2003, col picco di 13 milioni del 2006. Ma la crisi economica, prima, e la rivoluzione ‘shale’ nella tecnica di estrazione, poi, hanno rivoluzionato il panorama. Importazioni crollate e gli Usa oggi addirittura esportatori. Pechino, nel frattempo, ha superato gli States come principale importatore di energia sia dai Paesi dell’area mediorientale (2014) sia su base globale (2017).

Da ‘tutti contro Osama’ a tutti contro tutti

L’attacco all’America aveva fatto schizzare alle stelle il consenso del Presidente Bush junior cancellando la sua brutta storia elettorale prima di Trump. «Paradossalmente, l’epoca Bush è stata anche quella in cui la tendenza a convergere verso il centro dello schieramento da parte dei due grandi partiti americani ha cominciato a venire meno dando il via a un processo di polarizzazione che ha portato alla creazione di un solco sempre più marcato tra gli elettori Democratici e quelli Repubblicani».
Polemiche sempre più su posizioni ideologiche o complottiste, un tempo ai margini del dibattito politico. Trump ha fatto il resto, ma non da solo: entrambi i partiti si sono progressivamente radicalizzati.

America più vecchia e più “diversa”

In questi 20 anni la crescita della popolazione americana è crollata. Nel 2020 la popolazione è aumentata dello 0,35%, il più basso dal 1900. Il decennio 2010-2020 è l’unico dal primo censimento del 1790 in cui la popolazione bianca non è crollata, passando dal 69,1% del 2000 al 57,8% del 2020. La quota di popolazione nera è rimasta invariata attorno al 12%, mentre quella ispanica è esplosa (dal 12,6% al 18,7%) e quella asiatica è cresciuta (dal 3,6% al 5,9%).

Una maggior diversificazione razziale

Un gap generazionale culturale, apparso evidente nelle manifestazioni #blacklivesmatter, con molti giovani in prima linea, mentre il Paese “vecchio e bianco” restava a guardare o si opponeva. Eppure il numero di crimini d’odio contro le persone di colore continua a rimanere superiore a quello riferito a tutte le altre etnie insieme. Segnali negativi anche nel peggioramento del divario salariale tra americani bianchi e di colore, sia della ricchezza.

Complessivamente le famiglie bianche hanno disponibilità per 102 trilioni di dollari, quelle nere solo per 6, una differenza doppia rispetto a quanto si registrava a inizio 2000.

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