Il medioevo delle malattie e il pessimo odore del diavolo

Giovanni Punzo su Remocontro, 9 gennaio 2022

La medicina nel Medioevo era in gran parte un mix con la fede religiosa per ottenere le guarigioni, e per questo si alternavano preghiere di sacerdoti a maghi, tempestarii, stregoni. Per la Chiesa solo Dio poteva avere il potere sulle forze naturali e gli dei pagani decadevano al rango di demoni.
Nella medicina popolare, i rimedi più immediati e meno costosi erano affidati alle donne di casa, che con l’uso di erbe e pratiche divinatorie tramandate, cercavano di allontanare il male-diavolo. Le più note tra loro erano pronte a finire al rogo come streghe.
Guastafeste Giovanni Punzo, allontana diavoli e streghe e viene a parlarci di igiene e di contagi naturali, vigilia delle nostra modernità che sul fronte medico/vaccinale sta invece soffrendo di tentazioni da medioevo.

Medioevo, salute e malattie

Niente docce e mani lavate e disinfettate, niente mascherine a frenare invisibili e sconosciuti virus, promiscuità legata alla povertà, e nessun distanziamento personale praticabile.

Lavarsi (poco), privilegio da ricchi

Anche nel Medioevo l’importanza di un bagno era nota a tutti, ma questo era possibile solo se, per prima cosa, era disponibile acqua in abbondanza. Chi poteva scaldarla, si immergeva comodamente in una tinozza di legno e ciò significava però che aveva legna da bruciare, una grande pentola di rame per contenerla, una casa con più stanze e servitù che lo preparava: insomma un benestante. Il bagno era quindi una pratica riservata a pochi e, per gli altri, solo i bagni pubblici. Dopo le sontuose terme dell’epoca romana i tempi tuttavia erano molto cambiati: i bagni pubblici godevano di una pessima reputazione, quasi di luoghi di malaffare (ed in parte era vero), ma soprattutto, le inevitabili nudità dei corpi erano considerate peccaminose.

Il bambino e l’acqua sporca

Se il rituale del bagno si svolgeva poi in ambito domestico, era regolato da rigide regole: prima il padre di famiglia e via via fino ai figli più giovani utilizzando però sempre la stessa acqua. Probabilmente l’antico modo di dire ‘gettare via il bambino assieme all’acqua sporca’ risale proprio a quel tempo. Alla fine però anche l’uomo medievale, quando poteva, prendeva un bagno e ciò poteva avvenire in un fiume, stagione permettendo, o anche in vasche naturali ripiene di acque termali a temperatura più confortevole.

Malattie ed epidemie

Vista la precarietà delle condizioni igieniche, ma non la loro mancanza in assoluto, è intuibile che alcune malattie (e la paura di contrarle) fossero molto diffuse soprattutto nelle città, dove maggiore era la possibilità di contatti. Al primo posto ovviamente la peste, il vero flagello del Medioevo, che si poteva manifestare in due forme: ‘bubbonica’, ovvero con l’insorgenza di bubboni purulenti sul corpo, o polmonare. Tra l’inizio del XIII secolo e la fine del XII si contarono cicli epidemici della durata di circa un trentennio in Germania, in Inghilterra e in Italia che provocarono milioni di vittime. La peste tuttavia non fu l’unica malattia: data la mancanza di cure idonee sulla popolazione infierirono anche varicella, scarlattina, parotite, meningite (soprattutto sui soggetti più giovani), vaiolo, morbillo e tubercolosi.

Un vasto assortimento di morte

Un’altra malattia oggi dimenticata, ma che devastò l’Europa, fu la lebbra alla quale si pose rimedio con l’isolamento assoluto dei malati. Lentamente la malattia scomparve, ma qualche caso fu ancora segnalato in Estremo Oriente nel secolo scorso (qualche caso ancora poggi). Il catalogo non sarebbe completo se non fosse citata anche la malaria, che uccideva lentamente indebolendo l’organismo e colpendo tra l’altro individualmente in maniera indiscriminata senza distinzioni di classe o collettivamente un esercito o l’intera popolazione di una regione.

Rimedi spesso peggiori dei mali

L’uomo medievale era sovente rassegnato alla malattia, né il medico poteva porvi rimedio, soprattutto perché in alcuni casi era terrorizzato dal pericolo di contrarre lui stesso la malattia del paziente. Pochi tra l’altro potevano rivolgersi a un medico, il cui intervento era costoso. Abbondava per prima cosa il ricorso ad amuleti o a pratiche semi-magiche: Arnaldo da Villanova, un famoso medico portoghese del XIII secolo, ne raccomandava l’uso e un altro suo collega era convinto che i cattivi odori scacciassero il morbo. Il nodo principale era che gli studi del greco Ippocrate e del romano Galeno, medici pagani le cui dottrine in quanto tali erano da rigettare in toto, non furono più studiati per secoli, sebbene Ippocrate stesso avesse posto a fondamento della sua medicina che non esistevano cause ‘soprannaturali’ delle malattie.

Inascoltato Ippocrate, ieri (e anche oggi)

Al contrario dietro la malattia si vedeva con grande frequenza l’azione del Maligno e la cura diventava un campo di battaglia spirituale soprattutto perché il corpo era sede dell’anima. L’assistenza ai malati diventava così un accompagnamento verso la fine, anche se spesso era proprio il comportamento dei medici ad accelerarla. Infusi di erbe, di cui spesso si ignoravano le reali conseguenze sull’organismo, si accompagnavano così a pratiche discutibili come i salassi e la fine era inevitabile. Al contrario, in questo desolante quadro, qualche volta i chirurghi, meno considerati dei medici, riuscivano invece a guarire i pazienti, ma si trattava di casi fortunati, o della lunga esperienza maturata con le ferite e le amputazioni di guerra.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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