Il Libano disperato sceglie un premier ricco per provare a salvarsi da un nuovo Medio Evo

di Piero Orteca, da Remocontro, 13 settembre 2021

«Un Paese, sempre più disperato, cerca la sua strada, smarrita da due anni. Il Libano ha un nuovo governo, ma la mossa sembra più dettata dallo sfinimento che da una vera e propria riflessione politica», la premessa di Piero Orteca.

Lebanon’s Prime Minister-Designate Najib Mikati gestures as he arrives at the presidential palace in Baabda

L’uomo più ricco e il quasi cimitero

Il premier prescelto, Najib Mikati,  dicono che sia l’uomo più ricco di questo piccolo ex paradiso mediorientale. Un “tycoon” abituato a fare soldi, dunque, che forse nelle intenzioni (o nelle illusioni?) della gente potrebbe riuscire a risollevare, in qualche modo, un’economia disastratissima. Il mandato che il Presidente Michel Aoun gli ha dato è chiaro, anche per chi non mastica molto di diplomazia: ministri in doppio petto che convincano le istituzioni finanziarie internazionali ad allargare i cordoni della borsa.

Sull’orlo del fallimento e forse già oltre

Il Libano è in mezzo a una strada, a voler essere buoni, e sull’orlo del fallimento. Si accettano, quindi, prestiti, offerte, aiuti e spintarelle creditizie di qualsiasi tipo. Se no bisognerà  calare la saracinesca e farsi “commissariare” da mezzo mondo. Mikati è stato Presidente del Consiglio in altre due occasioni. Ma questa volta è diverso: la sterlina libanese vale carta straccia, la disoccupazione si è impennata e i prezzi dei generi di prima necessità sono esplosi. La massiccia circolazione monetaria e la scarsità di prodotti hanno generato, in un paio d’anni, un’inflazione “monstre”. Siamo, in pratica, al 300%, se non di più.

Le notti buie da medioevo

Mancano, soprattutto, carburante ed energia. Così, la sera e la notte il Libano diventa un’accozzaglia di borghi medievali, con le strade immerse nel buio e le case appena appena illuminate dal fioco chiarore delle candele. Si salva, ma solo in parte, la capitale Beirut. Insomma, quella che una volta era la “Svizzera” araba, oggi sembra solo l’immagine sbiadita di un romanzo gotico. Per chi l’ha conosciuto ai tempi belli, vedere il Libano attuale è un tuffo al cuore, un vero trauma.

Mercato nero e terra di intrighi

Si parlava dell’energia: bene, i black-out durano fino a 20 ore al giorno, gli ospedali non riescono a funzionare e le code chilometriche ai distributori di benzina testimoniano che il carburante, ormai, si vende quasi tutto al mercato nero. Ergo: l’economia si avvia a diventare, a tutti gli effetti, un’economia “di guerra”. Il Libano, Stato multietnico e multiculturale, ormai da decenni è un campo neutro, dove molte potenze regionali, grandi e piccole, vengono a giocare le loro partite. Tutto ciò ha logorato il tessuto sociale e produttivo, che è stato poi definitivamente affossato dalla mancanza di una classe dirigente all’altezza della situazione.

Corruzione e ‘favori pubblici’

La corruzione l’ha sempre fatta da padrona e i bisogni della gente sono stati costantemente messi in secondo piano, rispetto alle esigenze di massimizzare il consenso, attraverso una spesa e dei “lavori” che diventavano, invece, “favori pubblici”. Si è così creata una conflittualità permanente tra Paese legale e Paese reale, che non si è sentito mai veramente rappresentato. Il resto lo hanno fatto gli attriti secolari tra le diverse etnie, culture e confessioni religiose. Ognuna sempre alla ricerca di possibili alleanze, occasionali, per contrastare i nemici di oggi, che magari erano gli amici di ieri.

Nitrato di ammonio più pandemia

Due elementi hanno scatenato il precipitare della crisi: il tremendo scoppio di 2.750 tonellate di nitrato di ammonio, malamente immagazzinato nel porto di Beirut e il successivo arrivo della pandemia. Nel primo caso, l’esplosione, che i cittadini hanno attribuito alla negligenza del governo, ha ucciso oltre 200 persone, ma soprattutto ha raso al suolo interi quartieri. I danni ammonterebbero all’astronomica cifra di 15 miliardi di dollari. Visti i chiari di luna, l’esecutivo venne costretto a dimettersi, sotto la pressione popolare. Il Paese, fino a oggi, non era più riuscito a esprimere una guida stabile. Il resto lo ha fatto l’epidemia da Covid 19, che ha finito di mettere in ginocchio un’economia in caduta libera.

Tre quarti dei libanesi in povertà

Negli ultimi mesi, per fare un esempio, la valuta nazionale si è deprezzata del 90%. Basta solo questo dato, in definitiva, a far capire lo stato di agonia in cui è precipitato tutto il sistema produttivo e distributivo del Paese. Ma le cattive notizie non finiscono qui. Secondo un recentissimo report di un’agenzia specializzata dell’Onu (la Commissione economica e sociale per l’Asia occidentale, Escwa), i tre quarti della popolazione (il 74% per essere precisi) vivono in condizioni di povertà. Questo se parliamo solo in termini di reddito.

‘Povertà multidimensionale estrema’, fame

Ma c’è un altro concetto che va spiegato ed è quello di “povertà multidimensionale”, che tiene conto anche della possibilità di accesso ai servizi pubblici essenziali, come quelli riguardanti la salute o l’istruzione. Bene, in questo caso la valutazione è ancora peggiore: è addirittura l’82% dei cittadini libanesi a essere tagliato fuori da una condizione accettabile di vita. Mentre il 34% (in alcune aree si arriva anche al 50%), sempre secondo l’Onu, ha raggiunto una “povertà multidimensionale estrema”. Cioè, fa la fame.    

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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