Il Levante e la democrazia consensuale

Sarebbe ora che si smettesse di guardare ai drammi mediorientali come tifosi assiepati sulle gradinate, o nascosti dietro la serratura di internet e certi falsi.

da Il mondo di Annibale, lunedì 8 luglio 2013 –
Eccoci dunque alle prese con il dramma egiziano. Un dramma importantissimo, rilevantissimo, e dalla lezione chiara. Ma non tanto da oscurare quel che accade in Siria. L’Ansa in queste ore ha indicato come il povero padre Murad, in Siria, sia stato probabilmente ucciso da un gruppo di ceceni, guidato dai tristo figuro noto come Abu al Banat, ritenuto infiltrato da elementi dei servizi segreti russi. Rilevante? Sembrerebbe di sì, perché il destino di tanti cristiani appare molto importante per chi usa la disinformazione per influenzare le opinioni pubbliche contro gli insorti. Che volete che sia uccidere un prete per incolparne i fondamentalisti. Ma se noi fossimo attenti anche al dramma di tutti i siriani, di un popolo torturato da mezzo secolo da un regime feroce e totalitario, forse quel crimine non sarebbe stato commesso, padre Murad sarebbe ancora tra noi, in una Siria liberata dalle mafie assiepate attorno alla massa tumorale della famiglia Assad. 

Questo vuol dire che bisogna intervenire, sparare, fare un bel golpe? No.

La lezione di questi terribili fatti è che una volta fissato che non si può scendere a patti con chi commette crimini contro l’umanità, per il resto in Medio Oriente c’è solo una bussola, quella della democrazia consensuale. Sarebbe inimmaginabile dopo la rivoluzione in Siria un governo contro gli alawiti, contro la comunità alawita. Impensabile e tragicamente sbagliato. Come è sbagliato inseguire in Egitto la via del dispotismo illuminato.

Questa scorciatoia, su cui spese parole bellissime Borges, non è a portata di mano nel Levante, società complessa che un tempo però si articolava tra diverse appartenenze, oggi solo sui confini confessionali. E allora per disfare questa matassa bisogna disfarla insieme. E tornare a dividersi tra progressisti e conservatori, destri e sinistri: questi possono trovarsi in maggioranza o all’opposizione, non cristiani, drusi, sunniti, sciiti e così via. Ecco allora che la formula magica a cui bisogna tendere è “diritti all’individuo, garanzie alle comunità”. 

E’ un errore considerare le società complesse del Levante (e dell’Egitto) come le nostre. Per smantellare il confessionalismo bisogna ripartire da lì, dal confessionalismo, emendandolo con il concorso di tutti, inclusi i Fratelli Musulmani ovviamente. Le formule possono essere tante, ma una va esclusa: le catechesi diurne di giudici nostrani che dalle home page dei loro giornali sentenziano la morte dell’Islam moderato quando 17 milioni di egiziani (musulmani in buona parte forse?) tutti insieme scendono in piazza per dire a Morsi di fare le valigie, o altre amenità simili. Ieri Repubblica (perché non dargliene atto?) ha pubblicato uno strepitoso articolo di T. Friedman: auspicabile che lo abbiano anche letto.

Finché il “mondo laico” si identificherà con i generali, da Ataturk a Gheddafi, da Assad padre a Mubarak, si renderà complice di quell’autoritarismo che ha impedito la democrazia consensuale. E’ l’ora di superare il bivio impossibile tra generali e religione, per consentire alle religioni di tornare a essere ciò che sono, non “la soluzione”, ma “solide base valoriali”. (tra le quali è ampio il famoso overlapping consensus).

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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