Il Kazakistan di Gengis Khan e Marco Polo

Giovanni Punzo su Remocontro, 24 gennaio 2022

«Troverete qui la narrazione delle immense e disparate meraviglie di vaste contrade d’Oriente»: con queste parole comincia il racconto di Marco Polo che descrive un viaggio durato ben ventisei anni e rappresenta una fonte straordinaria per conoscere le storie di quei paesi, tra cui l’attuale Kazakistan al centro dell’attualità politica internazionale.

Un immenso impero

Tra la fine del XII e gli inizi del XII secolo nelle steppe dell’Asia centrale cominciò a sorgere un immenso impero che si stendeva dal Mar Caspio a Samarcanda e dall’attuale Corea all’Anatolia. Gengis Kahn, dopo aver fatto cessare le lotte interne tra le diverse tribù mongole, costruì quello che – da un punto vista territoriale – fu il più esteso impero della storia, più vasto dell’impero romano e di quello inglese. Temüjin, il vero nome di Gengis Kahn, impiegò circa un ventennio per compiere queste conquiste e morì nel 1227, ma la spinta all’espansione continuò con i figli e i nipoti giungendo perfino in Europa orientale, in Ungheria, Ucraina e Polonia. 

Un governo spietato, ma efficiente

Un impero di questa estensione e che comprendeva popoli diversi, era indubbiamente difficile da amministrare, ma, in caso di rivolte o altre proteste soprattutto per motivi fiscali, la risposta del potere centrale era sempre durissima: l’esercito, dove tra l’altro esistevano possibilità di rapide carriere, accorreva prontamente a riportare l’ordine. Resta il fatto che, nonostante questi aspetti di estrema violenza, nacque anche la cosiddetta ‘pax mongolica’, all’interno della quale si svilupparono soprattutto scambi e commerci all’interno di uno spazio sconfinato del quale non si erano mai viste le dimensioni. Si sviluppò allora quella che oggi è chiamata la ‘via della seta’.

Un grande mercato, ricco e fiorente

Le condizioni di sicurezza per i mercanti lungo le strade o le rotte garantite dai mongoli e le possibilità di grandi guadagni, cominciarono ad esercitare una notevole attrazione sugli europei più intraprendenti. La ‘via della seta’ infatti non era costituita da un unico percorso, ma da un reticolo di vie e passaggi che andava dall’Asia al Mediterraneo includendo tratti su terra o rotte navali. Pochissimi la percorsero per intero (del resto si trattava di un cammino di oltre ottomila chilometri), ma molti si specializzarono lungo alcuni tratti insediandosi in comunità lungo il percorso e scambiando regolarmente le stesse merci. I mongoli inoltre erano consapevoli della loro necessità di apprendere dagli occidentali e spesso si affidarono a consiglieri stranieri, dei quali riconoscevano le particolari competenze, per svolgere mansioni politiche.

Marco Polo nell’impero di Gengis Kan

Marco Polo nasce solo pochi anni prima della morte del grande Gengis Kan, ma il suo impero era oramai consolidato e fiorente. Fu appunto in questo vivace quadro commerciale e di incontro di culture diverse che si collocò la vicenda del veneziano Marco Polo, mercante ed esploratore, la cui unicità è costituita da una lunga e dettagliata testimonianza scritta che non ha uguali nella cultura occidentale. Nel testo non si trovano riferimenti specifici all’attuale Kazakhstan, ma i riferimenti di viaggio ne rendono certo il passaggio del mercante esploratore.

Il Milione nel carcere genovese

Scritto su dettatura in una prigione genovese dopo la cattura nella battaglia di Curzola (1298) o forse in uno scontro navale nel mare di Alessandretta, il Milione non è solo il racconto di un viaggio straordinario e delle peripezie connesse, ma la descrizione di un paese affascinante e sconosciuto dal punto di vista economico, commerciale e politico. Vi si trova – a detta di Polo – il palazzo più grande del mondo, la città perfetta di forma quadrata rinserrata tra solide mura e possenti torri, ma anche un sovrano che rappresenta la regalità assoluta, che sa aiutare i bisognosi e punire gli arroganti. Un po’ come la realizzazione del sogno di Alessandro Magno: governare con «un capo che possa riunire tutta la terra e dominarla con leggi leali e giuste».

E Marco Polo descrive tutto questo senza pregiudizi, sebbene sia uomo medioevale, perché attratto da ogni diversità purché umana che cerca di descrivere e spiegare a modo suo.

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Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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