Il governo alla conquista della Rai

***di Vincenzo Vita, aprile 2015* – Il progetto di riforma radiotelevisiva di Renzi è una vera e propria controriforma: un passo indietro di quarant’anni, a prima della legge del 1975 che riformò davvero la Rai. Poi la ricerca del pluralismo degenerò nella lottizzazione, ma l’attuale progetto non affronta questo problema. Si vorrebbe una Rai sotto l’egida del «Partito della Nazione».

«Verrà un giorno…», diceva ne I promessi sposi Fra Cristoforo. E chissà se verrà mai un giorno in cui la questione della Rai assurgerà al rango di grande vicenda industriale, tecnologica e culturale. Già, perché – come sottolineò lucidamente Raymond Williams nel 1974 – la (radio)televisione è tecnologia e forma culturale. Tuttavia, speranze e profezie non trovano spazio nella concreta discussione in corso. Il disegno del governo Renzi è molto, molto di meno. Per riprendere la «leggerezza» di Calvino, si tratta di «sottrarre peso» ad annunci e descrizioni, separando la sostanza dall’accidente: il poco che rimane è limitato e terribile. Il baricentro del testo è di fatto uno solo: la conquista da parte dell’esecutivo della romana cittadella di viale Mazzini. Una vera e propria controriforma. Un grottesco (oltre che pericoloso) viaggio a ritroso nel tempo: si spostano indietro i calendari di quarant’anni. A prima della legge n.103 del 1975 che –invece – riformò davvero l’azienda: indirizzo e vigilanza al Parlamento, decentramento ideativo e produttivo, ricerca del pluralismo. Certamente, quest’ultimo via via degenerò nella «lottizzazione» e in parte venne meno lo spirito dei primi anni Settanta.

Un vasto movimento (dall’Arci, alle Regioni, alla mediologia dell’epoca, a partire dal compianto Giovanni Cesareo) aveva allora portato ad un articolato normativo che, comunque, è ancora un solido punto di riferimento. Malgrado l’ingerenza dei partiti. Intendiamoci, pur in quel clima di soggezione, si trovarono a dirigere reti e testate personalità del calibro di Sergio Zavoli, Andrea Barbato, Emanuele Milano, Massimo Fichera o Angelo Guglielmi, per citarne alcuni. Insomma, guai a cancellare con un tasto del computer ogni memoria e i significativi insegnamenti del passato.

Ora, se mai, si dovrebbe fare un salto in avanti. La Rai va ripensata e forse rovesciata come un calzino, ma non accedendo al controllo diretto del servizio pubblico da parte del governo. Oggi, in assenza – tra l’altro – di un sistema politico come quello che ci consegnò il dopoguerra, non cadremmo neppure in purgatorio, bensì direttamente all’inferno. Una Rai sotto l’egida del «Partito della Nazione», che si erge a dominus generale con la revisione della Costituzione e l’Italicum, diventerebbe un elemento chiave di un inquietante pensiero unico. Ecco, allora, perché è doveroso lanciare un allarme. Siamo in un paese privo di contrafforti, di bilanciamenti dei e tra i poteri. Non c’è una seria disciplina dei conflitti di interesse, manca soprattutto nei media un quadro giuridico antitrust; la politica sì è fatta comunicazione e quest’ultima con Berlusconi ha assunto un ruolo politico immediato. Senza regole, se non la bruttura della legge Gasparri. Se pure l’azienda pubblica perdesse definitivamente le residue parvenze dell’autonomia e dell’indipendenza, i rischi di regime si appaleserebbero davvero. Si mediti su tale deriva, senza preconcetti, con animo libero e critico.

E poi, come è possibile che all’alba del maggiore cambiamento di natura del capitalismo, egemonizzato in profondità dalle componenti finanziarie e cognitive, non si immagini un futuro per la Rai all’altezza del presente-futuro? L’universo «crossmediale», figlio del matrimonio tra telefoni e radiotelevisione, tra cavi-fibre e onde hertziane, vive una condizione densa di opportunità, ma altrettanto segnata da rischi incombenti. Il monopolio dell’era digitale è appannaggio di pochissimi gruppi sovranazionali, da Google, a Yahoo, a Facebook; le strutture della distribuzione e della logistica sono nelle mani potenti di Amazon; l’industria dei contenuti è un oligopolio difficilmente espugnabile, essendo presidiato da tycoon come Murdoch. E, soprattutto, l’entrata in scena di una notevole varietà di piattaforme diffusive (che peccato mortale la storia di RaiWay, che potrebbe essere mangiata dal concorrente!) rende ancor più importante – non meno – la funzione del soggetto pubblico. Da intendere non come entità clientelare ed assistita, ma come strumento per l’accesso democratico dei cittadini al bene comune informazione. Senza discriminazioni e senza accettare il «digital divide». Insomma, non di sola «governance» vive l’uomo. Che il governo accetti, almeno, il confronto parlamentare, dove sono depositati progetti francamente migliori.


 

*pubblicato su “Confronti”di aprile. Già senatore del Partito democratico, nell’ultima legislatura Vincenzo Vita ha fatto parte della commissione di vigilanza Rai e si occupa da sempre di comunicazione e internet. Il grassetto è di nandocan.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.