Il Dio che perdiamo

Una nozione del passato?

Post- religione, post-teismo, “la questione che fa di Dio una nozione del passato, non più utilizzabile oggi”. Così la definisce Raniero La Valle in un articolo apparso sul sito “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” con il titolo “Il Dio che perdiamo”. Dove si accenna in particolare ai quattro volumi della serie, pubblicata da Gabrielli editori, “Oltre le religioni”, l’ultimo dei quali, Oltre Dio. In ascolto del Mistero senza nome”, con i saggi di Josè Arregi, Carmen Magallon, Judith Hiss, Gilberto Squizzato, Josè Maria Vigil, Santiago Villamayor.

“È il tema del superamento dell’immagine di Dio come un essere dal potere soprannaturale e dai tratti antropomorfi e patriarcali”, si legge nell’introduzione. Un Dio “onnipotente e onnisciente, creatore, signore e giudice, che dimora al di fuori di questo mondo imperfetto e passeggero ed esercita il suo governo su di noi intervenendo “miracolosamente” nel dominio della natura. Con tutto ciò che tale superamento comporta rispetto ai dogmi della tradizione cristiana, anche cristologici”.

Ma, come indicano gli autori e le autrici di questo libro, “la rinuncia definitiva all’immagine di un Dio trascendente, provvidente e personale non comporta di per sé il passaggio all’ateismo, configurandosi piuttosto come il punto di partenza di una ricerca spirituale svincolata da ogni pretesa di verità e da ogni appartenenza che non sia quella alla nostra casa comune e alla nostra comune umanità”.

La Valle: la risposta è quella di Gesù alla Samaritana

La Valle ricorda di avere già affrontato il tema nel suo libro “No, non è la fine. Se il mondo ci sfugge di mano” (ed. Dehoniane), dove la questione è stata posta così: “Certo Dio è licenziato e accompagnato fra gli attrezzi da riporre, la strada è stata aperta per procedere allo smaltimento dei “miti”, che sono poi la creazione, il peccato, il messia, la redenzione: un accanimento da cui viene fuori un messaggio globalmente antibiblico…il Concilio, papa Francesco sarebbero a loro parere ancora dei cambiamenti interni al vecchio computer. Bisogna invece cambiare il computer stesso, il suo hard disk “che gira a vuoto, è pieno di virus e non consente nuove applicazioni” (Santiago Villamajor, Riscattare il cristianesimo, in Adista-documenti, 11 luglio 2020).

“Solo che – proseguiva l’amico Raniero – l’hard disk da buttare via è il Vangelo stesso, nel suo contenuto inaudito, il pezzo da rimuovere è lo stesso mistero pasquale; e dunque a cadere sono la croce e la resurrezione, lo scambio trinitario, il dono dello Spirito, il discepolo che rimane, e l’anno liturgico che tutto ciò rivive e ripropone nel tempo. Cioè è il cristianesimo, comunque lo si dica riformato. Ebbene, il prezzo è troppo alto…”

“La questione è aperta”, aggiunge nel suo articolo. “Forse si potrebbe dire qui come alla base ci sia un equivoco di fondo sul contenuto stesso della disputa: per i neo-noncredenti collocare nel passato la questione di Dio vuol dire rifiutarne l’oggettivazione che l’ha resa tributaria del mito, della fantasia, dell’invenzione antropomorfa, l’ “Oggetto Immenso” fatto preda della ragione; e ne hanno i motivi. Ma col Dio pensato così i conti sono stati fatti da tempo, alla domanda sull’identità di Dio la risposta è quella di Gesù alla Samaritana, Dio non va cercato su questo monte o su quell’altro, ma in Spirito e verità”.

Peyretti: se Dio non fosse persona

La questione, secondo La Valle, “invece è quella del rapporto umano con lui, è la fede che lo coinvolge nella storia, è della fede che si può identificare un prima e un dopo (“il Figlio dell’uomo quando verrà troverà la fede sulla Terra?”). La domanda è sul senso e le implicazioni della fede di quanti credono in lui, è questo che appicca il fuoco alla storia. E qui, su questo rapporto vitale con un “Tu” che ci ama, vale la notazione con cui Enrico Peyretti ha accompagnato il suo “dossier sul post teismo”* per rivendicare il rapporto con Dio come “persona” :

“Se ciò che abbiamo chiamato Dio non fosse comunicante, appellante, ispirante, in qualche modo parlante, trasmittente una comunicazione significativa per lo spirito umano (cioè se non fosse persona), avremmo “deus sive natura” (infatti è una ipotesi): la bellezza, armonia, sensatezza, e anche cecità e violenza della natura. Ci sono, infatti, religioni della natura…Se non fosse persona, non avrebbe alcun senso l’atteggiamento umano di fede, affidamento, fiducia interiore e resistente ai colpi del caso, e della malvagità umana. Una fede che genera speranza, al di là di tutte le vicende storiche e biografiche… Se non fosse persona, non ci sarebbe la preghiera umana, che è anche il semplice sospiro, più grande di tutte la parole, davanti all’alba, al tramonto, al morire, al nascere, all’incontrare altri simili a noi, e accompagnarci nell’impresa della vita”.

“Se perdessimo questo Dio”, aggiunge Raniero La Valle, “perderemmo anche il Dio nonviolento che è il grande dono fatto all’umanità dalla Chiesa del Concilio, da Giovanni XXIII a papa Francesco ad Abu Dhabi alla preghiera nella piana di Ninive, e la violenza, a cominciare da quella religiosa, resterebbe inarginata”.

Squizzato: di quel Tu non possiamo dir nulla

A queste osservazioni replica l’amico e collega Gilberto Squizzato, che è anche uno degli autori del volume in questione: “Quel “Tu” che tu Raniero, e l’amico Peyretti, e io stesso, e con noi milioni di uomini e donne, vorremmo avere sempre a disposizione, e averlo in forma di “persona” sul modello che noi siamo (e diversamente non saremmo in grado di pensarci) io credo che non abbia bisogno di essere difeso dalle nostre parole, dalle nostre argomentazioni, dalle nostre dottrine (insegnamenti).

“Quel Tu non puó neppure essere il disperato e rassicurante ultimo approdo della nostra solitudine, del nostro spasmodico terrore di non disporre di un appiglio nel nostro naufragio esistenziale. Di quel Tu non possiamo dir nulla, per motivarne l’esistenza e così anche la sua capacità di dar senso alla nostra effimera apparizione nel mondo. Perché ogni nostra parola non ha mai la facoltà di definire l’altro da noi ma solo testimonia la nostra propensione a scavalcare il confine che certifica la nostra infinitesimale piccolezza.
Meister Eckart

“Parlando solo per me e non volendo insegnare nulla a nessuno, credo che questo sia l’orizzonte in cui il credente mistico afferma e conferma la superiorità dell’umiltà del silenzio su ogni pretesa della parola umana. Perché – come ci ha ammonito Eckart – ogni descrizione del divino lo riduce a oggetto: anche il Tu e l’immagine della Persona né fanno infine una “cosa”. Se il Mistero é tale perché con questa parola diciamo non una Cosa per cui non abbiamo altre parole ma semplicemente il nostro ammutolire, allora non dobbiamo aver paura di rinunciare perfino al Silenzio con cui il Mistero non-risponde alla nostra invocazione.

Come cristiani non possiamo essere da più di Cristo

Come cristiani non possiamo essere da più di Cristo, che sulla croce si arrende a quel Silenzio, restituendo tutto ció che è stato e avuto, perfino la propria illimitata fiducia. È con questa disposizione d’animo che io – senza pretesa di farmi maestro a nessuno-mi sento molto vicino a chi oggi si definisce non solo post-religioso ma anche post-teista”. E poi precisa: “Certo non sono disposto a seguire chi in nome del post-teismo prova a reinterpretare il divino facendolo coincidere con l’Energia, l’Informazione, e via dicendo. Saremmo ancora, con quattro secoli di ritardo, come giustamente ricorda Peyretti, al “Deus sive Natura” di Spinoza, cioé semplicemente alla sacralizzazione del mondo.

“Ma nello stesso tempo sto in guardia dalla tentazione estrema: quella di idolatrare la stessa parola Dio (o dio) perché come i feticci umani sono creati dalla mano umana così anche “Dio” é parola umana creata dalla lingua e dalla mente umana. A meno che non vogliamo usarla come metafora del grande Mistero che interpelliamo con Gesù dal Golgota e di cui ascoltiamo, con timore, tremore e amore disponibile a tutto, il Silenzio che percuote e umilia la nostra domanda.

Che cosa ci resta allora della nostra fede cristiana? La nostra generosa obbedienza all’evento che invece di trattenerci nel nulla ci ha chiamato a esistere. È una fede diversa …e che a noi semmai consente, nel prefazio del Ringraziamento (cioè del l’Eucarestia), di dire “grazie perché abbiamo conosciuto il Cristo” che ci ha confermato e mostrato che, comunque andranno per noi le cose, possiamo avere il coraggio di esistere e anche di amare il mondo e di lavorare (come tanti altri) per la fraternità e la giustizia (per il Regno), anche dopo esserci lasciati alle spalle ogni parola e immagine che pretenda di dire il Mistero”.

Secondo me

A questi due interessanti modi di interpretare la fede, diversi tra loro ma ancor più diversi dalla concezione del divino che hanno centinaia di milioni, forse miliardi di altri esseri umani in ogni angolo della terra, non aggiungo nulla se non una mia modesta considerazione. Il mito, compreso quello religioso, con tutti i suoi crescenti limiti di credibilità e la preoccupante degenerazione nel fondamentalismo, ha ancora una missione sociale positiva da svolgere nella storia evolutiva del genere umano.

In questo trovano, secondo me, fondamento la speranza e il “lamento” biblico di Raniero. Ma a differenza di lui credo che senza la rinuncia ad affidare il mistero ad una scrittura e a una tradizione, neppure il passaggio dalla religione tradizionale alla purezza della fede possa dirsi compiuto. E la fede non è necessariamente “vana” se proverà a fare a meno dei miracoli, compreso quello della resurrezione. E, perché no, anche di un Dio personale, come d’altronde insegnava un grande mistico come Raimon Panikkar.

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

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