Il Covid ha scoperchiato le nostre contraddizioni

Piero Orteca su Remocontro, 17 gennaio 2022

La crisi è quell’intervallo che esiste tra il crollo di un sistema e la nascita di uno nuovo. È, in pratica, come essere in mezzo a un fiume: non sai mai quando e in che stato arriverai sull’altra sponda. Ecco, vi abbiamo descritto il mondo attuale. Un pianeta senza più certezze, dove tutti i determinismi sono andati a farsi friggere e in cui comanda la complessità. Ma le sfide complesse sono le più entusiasmanti.

Solo il ‘giorno per giorno’?

Strappate tutte le ricette magiche, bruciate i sacri testi della conoscenza, perché oggi si impara solo “giorno per giorno”. Insomma, il mondo si è aperto clamorosamente e non è come ce lo aspettavamo. È un sistema in cui gli elementi che lo compongono agiscono sempre più velocemente, in modo multipolare. E La pandemia da coronavirus è stato l’elemento catalizzatore, capace di “saldare” le varie aree critiche. Ha messo assieme, agendo da “mastice”, asimmetrie

Il pentolone delle crisi planetarie

L’architettura della crisi planetaria ha fatto perno sul Covid-19, per scoperchiare un pentolone, dove ribollivano le altre contraddizioni. Qualsiasi analisi “grandangolare”, deve quindi partire dallo stato attuale della pandemia.

Le ‘malattie emergenti’, OMS

«Creo que nos enfrentamos a un tsunami de infecciones, en el mundo, tanto de ‘delta’, cuanto de ‘omicron’». Così titola il quotidiano spagnolo “El Paìs” nella sua intervista a Maria Van Kherkove, del dipartimento “Malattie emergenti” dell’OMS a Ginevra. La sintesi della scienziata americana è molto chiara: è inutile inseguire il virus, aspettando che gli ospedali comincino a riempirsi prima di dichiarare l’emergenza. Bisogna agire di corsa, molto prima, anticipando il dilagare del contagio e tenendo conto che il vero picco comincerà dopo Natale. L’Anno nuovo che ci aspetta.

‘Weekly epidemiological update’

L’ultimo bollettino parla di oltre 273 milioni di casi e di circa 5 milioni e mezzo di morti, nel mondo. E un’analisi comparativa tra i dati offerti per l’Europa e quelli raccolti per l’Africa mostra una sproporzione abissale, che fa pensare come proprio il Continente nero, nei poverissimi “slums” delle megalopoli africane, cresciute disordinatamente e senza infrastrutture di servizio, potrebbero covare focolai infettivi giganteschi. Tutto ciò mentre Omicron già dilaga in America e in Europa.

Pandemia e stili di vita

La pandemia ha avuto effetti collaterali devastanti sulla nostra quotidianità. Ha cambiato stili di vita, mentalità e aspettative. Già, aspettative: una componente fondamentale dell’economia contemporanea. I diversi settori produttivi, distributivi, la finanza, i programmi d’investimento di lungo periodo hanno sofferto il consolidarsi di una congiuntura sempre più negativa. Il crollo dei Pil e le recessioni a catena, seguiti da “rimbalzi” nella crescita hanno rispecchiato l’andamento altalenante del contagio.

Non solo il come ma il ‘quanto’

Lo Stato tornato regista dell’economia dappertutto, ognuno a modo suo, col distinguo fondamentale del ‘quanto’ (il livello delle risorse “a debito” da impiegare). E, non meno importante, per il ‘fino a quando’. Una domanda basilare per qualsiasi sistema-Paese: non rischiamo di trasformare l’eccezionalità nella normalità? La nostra idea è che si stia cantando troppo presto vittoria, a tutte le latitudini, per una “ripresa” che ancora zoppica vistosamente. Anzi, arranca.

Il boom alla cinese, come il virus

L’aumento dei Pil, che in tempi normali sarebbe da boom “cinese”, attualmente è drogato dalle cadute verticali subite nel 2020. E la “ripresina” si sta tirando appresso un’inflazione che non si vedeva da quarant’anni.

Per chi suona la campana

Gli Stati Uniti sono già quasi al 6,5% e, di questo passo, Joe Biden finirà per giocarsi le elezioni di Medio termine. Anche in Germania le campane suonano a morto. Traumatizzati dall’inflazione di Weimar (1 kg di pane costava 400 miliardi di marchi), i tedeschi ora devono fare i conti con un’inflazione al 6,3% e con un Pil asfittico, che quest’anno crescerà di un “misero” 2,7%.

Ambiente da paura

“Blablabla” doveva essere, per dirlo alla Thurnberg, e “blablabla” è stato. Con una fiumana di ponderosi “committment” (impegni), seguiti da un rivolo finale con nessuna “obligation” seria. E così, almeno fino a quando si è parlato di ambiente e di catastrofe climatica planetaria, i protagonisti del recente G20 e della COP26 di Glasgow se la sono cavata solo con una raffica di belle parole.

Climate Trasparency Report

La radiografia al comportamento dei Paesi del G20. Che promettono assai e stringono poco, ma vengono poi smascherati dai numeri, di fronte ai quali non si può bluffare. Il monitoraggio della “Climate Trasparency” è stato esibito alla “COP26” promossa dall’ONU. Un’altra comparsata dove si è annacquata la decisione di arrivare “a emissioni zero” di CO2 entro il 2050. Si è parlato solo di raggiungere quest’obiettivo, “all’incirca verso la  metà del secolo”.

Rifiuti e tradimenti

Cina e India, però, non ci stanno. Accusano gli occidentali di avere costruito il loro sviluppo facendo della Terra una camera a gas. «Mentre ora pretendono di dettare a  tutti il galateo del comportamento ambientale». Non hanno tutti i torti (e non mantengono le promesse molti di noi ‘buono occidentali). Resta il fatto che il pianeta si sta trasformando i molti suoi elementi fondamentali di vita che prima o poi, in maniera sempre più rapidamente crescente, ci sconvolgono. Virus compresi.

Ma gli auguri?


Sino alla riga sopra, Piero Orteca. Le due righe conclusive, la più difficili, a Remocontro, collettivo di giornalisti e non solo, che amano scoprire il mondo e raccontarlo, anche nei suoi angoli più bui. Poco scaramantici? Forse. Ma molto seri e sinceri. Sempre per remare contro le facili convenienze e coltivare caparbiamente la virtù del dubbio.

Buon anno amici di Remocontro (er)

Buon anno anche a te e ai tuoi collaboratori, Ennio!!!!

Pubblicato da nandocan

Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio il fondatore e direttore della rivista, padre Ernesto Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7”, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, con questo blog e altri siti Internet. Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. Nel 2008 mi ero deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. Nel 2015 ho capito come molti altri che non c’era niente da fare, Matteo Renzi lo stava portando a destra, in direzione opposta alla mia. Ma oggi, anche senza un partito nella lunga e forse inutile attesa di una sinistra unita, continuo a occuparmi di politica, naturalmente. Figli e nipoti vivono e lavorano all’estero. Nel maggio 2021 avrò 85 anni. Vi terrò aggiornati.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: