Il Covid-19 si porta via anche Livia Giustolisi, appassionata sostenitrice del giornalismo di inchiesta

Livia Giustolisi

Alla memoria e all’impegno per la libertà di informazione del padre giornalista, Franco Giustolisi, si era dedicata con tutta l’anima. Fondando e gestendo un prestigioso premio per la libertà di informazione destinato ai giovani autori di inchieste rischiose e difficili. Sapeva della mia amicizia e colleganza col padre ed era iscritta anche lei tra gli “amici di nandocan”. (Fernando Cancedda)

***di Antonella Napoli, da Articolo 21, 29 Dicembre 2020 – Livia Giustolisi ci ha lasciati. Se l’è portata via il Covid 19 a 69 anni, senza darci il tempo di capire cosa stesse accadendo. Scrivere queste righe è un esercizio doloroso, non ero certa di riuscirci. Per Pino Scaccia non ce l’avevo fatta. Ma oggi, a due mesi dalla perdita di un altro amico e collega che tanto ha rappresentato per me, per tutti noi di Articolo 21, era doveroso trovare la forza per ricordare l’impegno di Livia, prima come ‘giornalaia’, come lei amava schernirsi, poi come animatrice del premio Franco Giustolisi. Per la libertà di informazione e quei giornalisti che, come suo padre ispiratore del premio, realizzano inchieste difficili svelando misteri e ingiustizie altrimenti destinati all’oblio.

E’ così che il rapporto con Livia, sempre cordiale negli anni ma non intimo, si era intensificato trasformandosi in un’amicizia sincera.
Quando a inizio novembre mi arrivò la sua telefonata, con l’annuncio che avevo vinto l’edizione 2020 del premio “Verità e giustizia Franco Giustolisi” restammo al telefono per un’ora.
La sua passione, il suo entusiasmo per il giornalismo di inchiesta tanto caro a suo padre, erano impetuosi come il suo carattere, che la portavano a terribili sfuriate se incompresa, come a gesti di immenso amore e altruismo quando riconosceva la buonafede delle persone.

Ciò che ha cementato negli ultimi due mesi il nostro legame, fatto di chiamate e messaggi quotidiani, è stata quella sintonia che lei stessa, nel rispondere al mio commento all’annuncio del riconoscimento, aveva definito forte e sincera.
Mi aveva raccontato di come, a sei anni dalla scomparsa di suo padre, continuasse ogni giorno a sentire accanto a sé la sua presenza, un’ispirazione costane che l’aiutava ad affrontare anche le giornate più pesanti, dure, ansiogene.
Il Premio, istituito un anno dopo la morte di Franco, ha raggiunto ottimi risultati diventando riferimento per la buona informazione.

Livia era entusiasta della partecipazione di colleghe e colleghi da tutto il Paese, certa che suo padre sarebbe stato orgoglioso di ognuno di loro, della sua Giuria e del Comune di Fivizzano, a lui tanto caro, di cui era cittadino onorario.
Il riconoscimento, arrivato alla sua sesta edizione, ha toccato in questi cinque anni diversi luoghi teatro di stragi nazifasciste tra il 1943 e il 1945 e al centro del lavoro di ricerche giornalistiche di Franco Giustolisi per l’“Espresso” culminate nell’inchiesta su “L’armadio della vergogna”, poi divenuto un libro edito da Nutrimenti: da Sant’anna di Stazzema a Marzabotto, da Boves a Capistrello, da Roccaraso a Fivizzano.

Ed è proprio nella cittadina in provincia di Massa Carrara, appena sarà possibile ritrovarsi in presenza, magari sul lastricato della bella piazza centrale, una perla sperduta fra i monti Toscani, come la descriveva Carducci, sarebbe bello celebrare non solo il premio Giustolisi ma ricordate la vita e l’impegno di Livia, la cui impetuosa generosità mancherà infinitamente.

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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